Visione.

Inedito di Samuel Beckett, 1 gennaio 1970.

Attraversa il sentiero correndo; si impenna, appare, scompare; è di un bianco lucente, investito dal sole, non ne avevo mai visto uno simile, sebbene avessi sentito parlare di cavalli fin dall’infanzia…
Dovremmo potere. Ma con prudenza, passo dopo passo, rammentando il fango che blocca i muscoli, ricordando la stretta delle corde e il gelo delle sbarre. Un movimento dopo l’altro. Il piede destro sopra un punto, il piede sinistro sopra l’altro punto, curvi, la bocca aperta, gli occhi serrati.
Il cavallo bianco mi impressiona, ma anche le altre cose bianche, le lenzuola, le pareti, i fogli, i fiori, e soprattutto l’idea del bianco, agghiacciante in mezzo alle tenebre, quando io, sveglio, la fronte sudata, come un sudario alzato fra il letto e la porta…
Dovremmo volere. Ma tenendo i piedi sollevati da terra a ogni passo successivo, smettendo di strisciare come siamo abituati. Tastare, sfiorare, osare variazioni anche minime, senza vedere se è buio o luce.
Ci fu un tempo che cercai sollievo sbattendo la testa nel bianco: era il cuscino soffice, la parete dura, i fogli che accartocciavo, le tovaglie che piegavo, i sentieri nevosi, la calce viva, e tutti i fantasmi che, alla notte, con l’arrivo del nero…
Dovremmo sapere. Ma cosa? pensieri, teorie, idee di salvezza? La mente è una scala che gronda acqua, scalino dopo scalino. L’occhio non la trattiene, la osserva marcire nelle pozzanghere, calpestata dai passi imminenti, rinnovata dalla pioggia che cadrà. La lingua ci tiene nelle stanze, nelle poltrone, negli schermi, a rimasticare sillabe.
L’unico vero fantasma è mia madre: lì, bianca, sotto la finestra bianca, agita un fazzoletto, come se dicesse addio. E’ quella che dice addio. Ma non se ne va. Resta la neve. Lei rimane. Forma una rete. La voce, impigliata alla rete, si colma di parole.
Dovremmo capire. Ma non capire spalanca strade, svela grotte, dilata sentieri. E finalmente, respirando, dondolando…
Lasciatemi qui, nel sudore, ghiacciato. C’è di meglio altrove. Impensabile ritrovare il punto bianco perduto nel bianco, vedere chi è fermo al culmine della bufera, incrostato di ghiaccio, a sognare il nero totale.
Dovremmo salire, gradino per gradino, pietra per pietra. Approdare a porti ricchi, isole felici, orme conosciute. Vedere, rivedere, prendere possesso. E respirare, viaggiare, salire. Ma ormai è una questione di nomi: abbiamo dimenticato il nome del mare.
Il ritorno alla quiete è immancabile e banale. Notte e giorno, con temperature diverse, mettono alla prova il mondo. Un poeta disse – quante forche fa? – che la notte è nera e bianca.
Dovremmo scendere, dal caldo al freddo, dal bianco al nero, dalla volta alla cripta, a intervalli regolari, variando la posizione delle mani, la curva della schiena, l’arco delle gambe. Non è difficile. Basta scivolare, come il bimbo ritorna dentro la madre, come la testa si versa nel nero. Ma dopo?
Tutto noto tutto bianco corpo nudo bianco gambe aderenti come cucite. Luce calore suolo bianco un metro quadrato mai visto. Muri bianchi un metro per due soffitto bianco un metro quadrato mai visto. Corpo nudo bianco fisso gambe cucite gli occhi appena.
Dovremmo parlare, ma come? la bocca serve a mangiare, mordere, masticare, e non lascia spazio alla lingua, la lingua non vibra più, è ricacciata giù nel palato, le papille inerti sopra un muscolo dove il cervello non arriva a comporre la voce…
Muri bianchi una traccia un intrico. Segni nella calce grigio pallido quasi bianco.
Dovremmo dipingere. Ghiaccio, naturalmente. Dipingerlo della sostanza della carta. Un bianco di pergamena, di cartone, di riso, di stoffa, e pensare il mondo come qualcosa che lo rende grigio. Un bianco che respira, spazzato via dall’aria, sporcato…
Un senso una natura un tempo quasi mai azzurro e bianco nel vento nel ricordo mai più facce bianche senza tracce una sola linea radiante una linea bianca all’infinito.
Dovremmo scrivere. Cancellare il bianco con segni fitti e continui. Dalla scomparsa del chiaro sotto lo scuro delle frasi nasce un vuoto più reale dell’aria, il grigio sbuca da ogni punto del foglio, da ogni poro della pelle, con incomprensibile ardore…
Nero lento rovina rifugio quattro pareti all’indietro. Bianco e vuoto senza rumore. Bianco. Senza lingua senza voce.
Dovremmo tacere.

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