Decalogo del perfetto scrittore di racconti – Horacio Quiroga

via Eterna Cadencia

Horacio_Quiroga

“Non iniziare a scrivere senza sapere, fin dalla prima parola, dove sei diretto”. L’autore dei Racconti d’amore, di follia e di morte, nato a Salto, Uruguay, nel 1878, ha lasciato in eredità queste dieci regole, dieci ferri del mestiere per gli scrittori del futuro.

di Horacio Quiroga

1. Credi in un maestro – Poe, Maupassant, Kipling, Chejov, – come in Dio stesso.

2. Credi nella sua arte come una vetta inaccessibile. Non sognare di dominarla. Quando sarai in grado di farlo, ci riuscirai senza nemmeno accorgetene.

3. Resisti il più possibile all’imitazione, ma imita se l’ascendente è troppo forte. Più di ogni altra cosa, lo sviluppo di una personalità è un lungo cammino.

4. Abbi fede cieca non nella tue capacità di successo, ma nell’ardore con cui lo desideri. Ama la tua arte come una sposa, offrendole tutto il tuo cuore.

5. Non iniziare a scrivere senza sapere, fin dalla prima parola, dove sei diretto. In un racconto ben fatto, le prime tre righe hanno quasi la stessa importanza delle ultime.

6. Se vuoi esprimere compiutamente questa situazione: “Dal fiume soffiava il vento che gelava”, nel linguaggio umano non sono necessari più termini di quelli usati per esprimerla. Una volta padrone delle tue parole, non preoccuparti di osservare se sono tra loro consonanti o assonanti.

7. Non aggettivare se non ce n’è bisogno. Per quanto aderenti, tanti strati di colore saranno inutili su un sostantivo debole. Se trovi quello necessario, lui solo avrà un colore ineguagliabile. Ma devi trovarlo.

8. Prendi i tuoi personaggi per mano e accompagnali con fermezza fino alla fine, senza badare ad altro che non sia il cammino che hai tracciato per loro. Non lasciarti distrarre da ciò che loro non possono o non gli importa vedere. Non abusare del lettore. Un racconto è un romanzo senza riempitivi. Considerala una verità assoluta, anche se non lo è.

9. Non scrivere sotto l’impeto dell’emozione. Lascia che si estingua e solo dopo rievocala. Se allora sarai in grado di riviverla così com’era, in fatto di arte sei giunto a metà del cammino.

10. Quando scrivi, non pensare agli amici, né all’impressione che farà la tua storia. Narra come se il racconto non avesse altro interesse che per il piccolo mondo dei tuoi personaggi, e che tu potresti essere stato uno di loro. Solo così il racconto avrà vita.

[traduzione Annalisa Rubino]
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Pier Paolo Pasolini – Il mio desiderio di ricchezza

Mario Mafai - Tramonto dal lungotevere

Mario Mafai – Tramonto dal lungotevere

Vado anch’io verso le Terme di Caracalla,
pensando – col mio vecchio, col mio
stupendo privilegio di pensare…
(E a pensare in me sia ancora un dio
sperduto, debole, puerile:
ma la sua voce è così umana
ch’è quasi un canto.) Ah, uscire
da questa prigione di miseria!
Liberarsi dall’ansia che rende
così stupende queste notti antiche!
C’è qualcosa che accomuna chi sa l’ansia
e chi non la sa: l’uomo ha umili desideri.
Prima d’ogni altra cosa, una camicia candida!
Prima d’ogni altra cosa, delle scarpe buone,
dei panni seri! E una casa, in quartieri
abitati da gente che non dia pena,
un appartamento, al piano più assolato,
con tre, quattro stanze, e una terrazza,
abbandonata, ma con rose e limoni…

Solo fino all’osso, anch’io ho dei sogni
che mi tengono ancorato al mondo,
su cui passo quasi fossi solo occhio…
Io sogno, la mia casa sul Gianicolo,
verso Villa Pamphili, verde fino al mare:
un attico, pieno del sole antico
e sempre crudelmente nuovo di Roma;
costruirei, sulla terrazza, una vetrata
con tende scure, di impalpabile tela:
ci metterei, in un angolo, un tavolo
fatto fare apposta, leggero, con mille
cassetti, uno per ogni manoscritto
per non trasgredire alle fameliche
gerarchie della mia ispirazione…
Ah, un po’ d’ordine, un po’ di dolcezza,
nel mio lavoro, nella mia vita…
Intorno metterei sedie e poltrone,
con un tavolinetto antico, e alcuni
antichi quadri, di crudeli manieristi,
con le cornici d’oro, contro
gli astratti sostegni delle vetrate…
Nella camera da letto (un semplice
lettuccio, con coperte infiorate
tessute da donne calabresi o sarde)
appenderei la mia collezione
di quadri che amo ancora: accanto
al mio Zigaina, vorrei un bel Morandi,
un Mafai, del quaranta, un De Pisis,
un piccolo Rosai, un grande Guttuso…

da La religione del mio tempo.

Miguel de Cervantes – La pazzia più grande

Salvador Dalì - Don Quixote (1946)

Salvador Dalí – Don Quixote (1946)

—Perdóname, amigo, de la ocasión que te he dado de parecer loco como yo, haciéndote caer en el error en que yo he caído de que hubo y hay caballeros andantes en el mundo.

—¡Ay! —respondió Sancho llorando—. No se muera vuestra merced, señor mío, sino tome mi consejo y viva muchos años, porque la mayor locura que puede hacer un hombre en esta vida es dejarse morir sin más ni más, sin que nadie le mate ni otras manos le acaben que las de la melancolía. Mire no sea perezoso, sino levántese desa cama, y vámonos al campo vestidos de pastores, como tenemos concertado: quizá tras de alguna mata hallaremos a la señora doña Dulcinea desencantada, que no haya más que ver.

***

– Perdonami, amico, di averti messo nella condizione di sembrar pazzo come me, facendoti cadere nell’errore in cui ero caduto io, che vi siano stati o che vi siano al mondo cavalieri erranti.

– Ah! – disse Sancho -. Non muoia la signoria vostra, signore; senta il consiglio mio, e viva molti anni; perché la pazzia più grande che può fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morire, così, di punto in bianco, senza che nessuno lo ammazzi, e che non lo faccia perire nessun’altra mano fuorché quella della malinconia. Cerchi di non essere pigro, e si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna a fare i pastori, come abbiamo combinato: chissà che dietro qualche cespuglio non troviamo la signora Dulcinea già disincantata, che non si potrebbe vedere nulla di più bello.

Don Quijote de la Mancha – Capitolo LXXIV

Roberto Bolaño – La storia di Petra

Egon Schiele - Nude, Self-portrait

Egon Schiele – Nude, Self-portrait

Anni dopo venni a conoscenza di una storia che mi sarebbe piaciuto raccontare a Bibiano, sebbene allora non sapessi più dove scrivergli. È la storia di Petra e in qualche modo sta a Soto come la storia del doppio di Juan Stein sta al nostro Juan Stein. La storia di Petra dovrei raccontarla come una favola: C’era una volta un povero bambino cileno…  Il bambino si chiamava Lorenzo, credo, non ne sono sicuro, e ho dimenticato il suo cognome, ma più di uno se ne ricorderà, e gli piaceva giocare e salire sugli alberi e sui pali dell’elettricità. Un giorno salì su uno di quei pali e si prese una scarica così forte che perse entrambe le braccia. Gliele dovettero amputare quasi all’altezza delle spalle. Sicché Lorenzo crebbe in Cile e senza braccia, il che rendeva di per sé la sua situazione piuttosto critica, ma in più crebbe nel Cile di Pinochet, il che trasformava qualsiasi situazione critica in disperata, ma questo non era tutto, perché ben presto scoprì di essere omosessuale, il che trasformava la situazione disperata in inconcepibile e inenarrabile.

Con tutti questi condizionamenti non fu strano che Lorenzo divenisse un artista. (Cos’altro avrebbe potuto essere?). Ma è difficile essere un artista nel Terzo Mondo se si è poveri, non si hanno le braccia e inoltre si è finocchi. Sicché Lorenzo si dedicò per qualche tempo a fare altre cose. Studiava e imparava. Cantava per le strade. E si innamorava, perché era un romantico impenitente. Le sue delusioni (per non parlare di umiliazioni, spregi, ingiurie) furono terribili e un giorno — giorno segnato da una pietra bianca —decise di suicidarsi. Una sera d’estate particolarmente triste, mentre il sole calava dietro l’Oceano Pacifico, Lorenzo si buttò in mare da uno scoglio usato esclusivamente dai suicidi (e che non manca mai in ogni tratto di litorale cileno che si rispetti). Colò a picco come una pietra, con gli occhi aperti, e vide l’acqua sempre più nera e le bolle che gli uscivano dalle labbra e poi, con un involontario movimento delle gambe, risalì a galla. Le onde non gli permisero di vedere la spiaggia, solo gli scogli e in lontananza gli alberi di alcune imbarcazioni da diporto o da pesca. Poi colò di nuovo a picco. Neppure questa volta chiuse gli occhi: mosse la testa con calma (la calma di chi è anestetizzato) e cercò con lo sguardo qualcosa, qualsiasi cosa, purché fosse bella, per trattenerla nell’istante finale. Ma il nero velava qualsiasi oggetto scendesse con lui verso le profondità e non vide nulla. La sua vita allora, così come ricorda la leggenda, sfilò davanti ai suoi occhi come un film. Alcuni pezzi erano in bianco e nero e altri a colori. L’amore della sua povera madre, l’orgoglio della sua povera madre, le fatiche della sua povera madre che lo abbracciava di notte quando tutto nelle borgate povere del Cile sembra essere sospeso a un filo (in bianco e nero), i terremoti, le notti in cui orinava nel letto, gli ospedali, gli sguardi, lo zoo degli sguardi (a colori), gli amici che spartiscono il poco che posseggono, la musica che ci consola, la marihuana, la bellezza rivelata in posti inverosimili (in bianco e nero), l’amore perfetto e breve come un sonetto di Góngora, la certezza fatale (ma rabbiosa dentro la fatalità) che si vive solo una volta. Con improvviso coraggio decise che non sarebbe morto. Dice di aver detto adesso o mai più e che tornò in superficie. L’ascesa gli sembrò interminabile; tenersi a galla, quasi insopportabile, ma ci riuscì. Quella sera imparò a nuotare senza braccia, come un’anguilla o come un serpente. Uccidersi, disse, in questa circostanza sociopolitica, è assurdo e ridondante. Meglio trasformarsi in un poeta segreto.

A partire da allora cominciò a dipingere (con la bocca e con i piedi), cominciò a ballare, cominciò a scrivere poesie e lettere d’amore, cominciò a suonare strumenti e a comporre canzoni (una foto ce lo mostra mentre suona il piano con le dita dei piedi; l’artista guarda l’obiettivo e sorride), cominciò a risparmiare denaro per andarsene dal Cile. Dovette faticare ma alla fine riuscì ad andarsene. La vita in Europa, naturalmente, non fu molto più facile. Per un certo tempo, forse anni (sebbene Lorenzo, più giovane di me e di Bibiano e assai più giovane di Soto e di Stein, si fosse allontanato dal Cile quando la valanga dell’esilio era diminuita), si guadagnò da vivere come musicista e ballerino per le vie dell’Olanda (che adorava) e della Germania e dell’Italia. Viveva in pensioni, nelle zone della città in cui vivono gli emigrati magrebini o turchi o africani, per qualche stagione felice in casa di amanti che finiva per lasciare o viceversa, e dopo ogni giornata di lavoro nelle strade, dopo le soste in bar gay o le proiezioni ininterrotte nei cinema d’essai, Lorenzo (o Lorenza, come gli piaceva pure essere chiamato) si rinchiudeva nella sua stanza e si metteva a dipingere o a scrivere. In molti periodi della sua vita visse da solo. Alcuni lo chiamavano l’acrobata eremita. Gli amici gli domandavano come si puliva il culo dopo essere andato al cesso, come pagava dal fruttivendolo, come riponeva il denaro, come cucinava. Come, in nome di Dio, ce la faceva a vivere da solo. Lorenzo rispondeva a tutte le domande e la risposta, quasi sempre, testimoniava il suo ingegno. Con un po’ di ingegno uno si arrangiava a fare qualunque cosa. Se Blaise Cendrars, tanto per citare un esempio, con un solo braccio poteva vincere a cazzotti il pugile più tosto, come poteva lui non essere capace di pulirsi – e benissimo – il culo dopo aver cagato?

In Germania, terra curiosa ma che spesso faceva venire i brividi, si comprò delle protesi. Sembravano braccia vere e gli piacquero più che altro per la sensazione da fantascienza di essere un robot, di sentirsi ciborg che aveva quando camminava con le protesi applicate. Visto da lontano, per esempio mentre avanzava incontro a un amico sullo sfondo di un orizzonte viola, sembrava che avesse davvero le braccia. Ma se le toglieva quando lavorava per strada e ai suoi amanti, quelli ignari che si trattava di protesi, per prima cosa diceva che gli mancavano le braccia. Ad alcuni, addirittura, piaceva di più così, senza braccia.

Poco prima delle grandi Olimpiadi di Barcellona, un attore o un’attrice catalana o un gruppo di attori catalani in viaggio per la Germania lo videro lavorare in strada, forse in un piccolo teatro, e lo raccontarono alla persona incaricata di trovare chi personificasse Petra, il personaggio di Mariscal e mascotte o forse più precisamente emblema delle gare paraolimpioniche che vennero fatte subito dopo. Dicono che quando Mariscal lo vide inguainato nel vestito di Petra, che sgambettava come un ballerino schizofrenico del Bolscioi, disse: è la Petra dei miei sogni. (Dicono che Mariscal sia sempre così conciso). In seguito, quando parlarono, un Mariscal affascinato offrì a Lorenzo il suo studio affinché si trasferisse a Barcellona a dipingere, a scrivere, a fare quello che voleva. (Dicono che sia sempre così generoso). In realtà, Lorenzo o Lorenza non aveva bisogno dello studio di Mariscal per essere più felice di quanto lo fu durante la celebrazione dei Giochi Paraolimpionici. Dopo il primo giorno divenne il favorito della stampa, le interviste fioccavano, sembrava che Petra stesse eclissando lo stesso Coby. In quel periodo io ero ricoverato all’Ospedale Valle Hebrón di Barcellona col fegato ridotto a pezzi e venivo a conoscenza dei suoi trionfi, delle sue battute, dei suoi aneddoti, leggendo due o tre giornali quotidianamente. A volte, leggendo le sue interviste, mi venivano accessi di risa. Altre volte mi mettevo a piangere. Lo vidi pure alla televisione. Faceva benissimo la sua parte.

Tre anni dopo venni a sapere che era morto di AIDS. La persona che me lo disse non sapeva se in Germania o in Sudamerica (non sapeva che fosse cileno).

A volte, quando penso a Stein e a Soto non posso evitare di pensare anche a Lorenzo.

A volte credo che Lorenzo sia stato un poeta migliore di Stein e di Soto. Ma di solito quando penso a loro li vedo tutti insieme.

 

da Stella distante

Le betulle di Felisberto Hernández

Gustav Klimt - Seeufer mit Birken ( Lungolago con betulle)

Gustav Klimt – Seeufer mit Birken ( Lungolago con betulle)

[…]

Una sera, dopo aver fatto i compiti, lessi un libro in cui un Bandolero camminava lungo una strada di betulle. Io non sapevo cos’erano le betulle ma immaginavo fossero delle piante. Smisi di leggere perché avevo molto sonno, ma m’incamminavo verso il letto con la parola betulle tra le labbra. Dopo essermi coricato, mi misi a pensare a come avevano fatto a dare i nomi alle cose. Non sapevo se le avevano cercato dei nomi per riuscire poi a ricordarsi di loro quando non erano presenti, o se avevano dovuto indovinare i nomi che avrebbero tenuto ancor prima di conoscerle. Poteva anche essere accaduto che gli uomini di un tempo avevano già pensato a dei nomi e dopo li avrebbero distribuiti tra le cose. Se fosse stato così, io avrei dato il nome di betulle alle carezze fatte su di un braccio bianco: be sarebbe la parte morbida del braccio bianco e tulle sarebbero le dita che lo accarezzavano. Allora accesi la luce, tirai fuori dalla cartella il quaderno e la matita e scrissi: “Io voglio fare betulle alla mia maestra.” Dopodiché presi la gomma, cancellai e spensi la luce.

da Tierras de la Memoria

Virginia Woolf – L’irrealtà dell’ora mattutina.

 

Wyeth Andrew - Wind from the sea

Wyeth Andrew – Wind from the sea

 

Era tutto in armonia con questo silenzio, questo vuoto e l’irrealtà dell’ora mattutina. Restando un attimo a guardare le lunghe finestre scintillanti e il pennacchio di fumo azzurro, pensò che a volte capitava che le cose prendessero quell’aspetto lì, che diventassero irreali. Tornando ad esempio da un viaggio, o dopo una malattia, prima che l’abitudine veloce abbia filato la sua tela sulla superficie delle cose, si provava quello stesso senso di irrealtà, che era così allarmante. Si sentiva qualcosa che emergeva. La vita si faceva più vivida. E ci si sentiva sicuri. Grazie al cielo, non si doveva più dire, alla svelta, traversando il prato per salutare la vecchia signora Beckwith, che era appena uscita a cercarsi un angolo dove sedere, “ Buongiorno, signora Beckwith! Che bella giornata! Sarà così coraggiosa da mettersi al sole? Jasper ha nascosto le sedie. Aspetti, gliene trovo una!”, e tutto il resto delle solite chiacchiere. Non c’era bisogno di parlare. Si scioglievano le vele, e si scivolava (c’era molto movimento nel porto, molte barche in partenza) tra le cose, oltre le cose. Vuoto non era, ma pieno fino all’orlo. Le sembrava di stare immersa in qualche sostanza, di muoversi, galleggiare, affondare in una massa d’acqua d’una profondità insondabile. Molte vite vi s’erano versate. Quelle dei Ramsay, dei figli, ogni specie di cose e di oggetti dispersi. Una lavandaia col suo cesto, un corvo, un tizzone di fuoco, i viola e i grigio-verdi di certi fiori, un sentimento comune che teneva tutto l’insieme.

[…]

 

tratto da Al Faro (To the Lighthouse)

L’arte del tradurre (secondo Pablo)

 

 

28 de octubre de 1935

si pienso en una lengua y escribo “el perro persigue a una liebre por el bosque” y quiero traducirlo a otra lengua tendré que decir “la mesa de madera blanca hunde sus patas en la arena y muere casi del susto al reconocerse tan [idiota]”

***

se penso in una lingua e scrivo “il cane insegue una lepre per il bosco” e voglio tradurlo in un’altra lingua dovrò dire “il tavolo di legno bianco affonda i suoi piedi nella sabbia e quasi muore dallo spavento nel sentirsi così [idiota] ”

 

da: Poemas en prosa di Pablo Picasso

 

Ernest Hemingway – ” Un posto pulito, ben illuminato. “

Immagine[ Vincent Van Gogh – Cafè Terrace at Night ]

Era tardi e tutti avevano lasciato il caffè tranne un vecchio seduto all’ombra che le foglie dell’albero formavano contro la luce elettrica. Di giorno la strada era polverosa, ma di notte la rugiada fissava la polvere e al vecchio piaceva stare seduto fino a tardi perché era sordo e di notte c’era un gran silenzio e lui avvertiva la differenza. 1 due camerieri dentro il caffè sapevano che il vecchio era un po’ sbronzo, e pur essendo un buon cliente sapevano che se si fosse sbronzato un po’ troppo se ne sarebbe andato senza pagare, perciò lo tenevano d’occhio.
“La settimana scorsa ha tentato di suicidarsi” disse un cameriere.
“Perché?”
“Era disperato.”
“Per cosa?”
“Niente.”
“Come sai che non era niente?”
“Ha un mucchio di quattrini.”
Sedevano insieme a un tavolo contro il muro vicino alla porta del caffè e guardavano il marciapiede dove i tavoli erano tutti vuoti tranne quello dove sedeva il vecchio all’ombra delle foglie dell’albero che il vento muoveva appena. Una ragazza e un soldato passarono per la strada. La luce del lampione brillò sul numero di ottone che il soldato aveva sul colletto. La ragazza era senza cappello e camminava frettolosamente al suo fianco.
“Si farà pizzicare dalle guardie” disse un cameriere.
“Cosa importa se ottiene ciò che vuole?”
“Faceva meglio a togliersi dalla strada. La guardia lo pescherà. Sono passati cinque minuti fa.”
Il vecchio seduto nell’ombra tamburellò col bicchiere sul piattino. Il cameriere più giovane gli si avvicinò.
“Che cosa desidera?”
Il vecchio lo guardò. “Un altro brandy” disse.
“Si ubriacherà” disse il cameriere. Il vecchio lo guardò. Il cameriere se ne andò.
“Rimarrà tutta la notte” disse al collega. “Io comincio ad aver sonno. Non vado mai a letto prima delle tre. Avrebbe dovuto uccidersi la settimana scorsa.”
Il cameriere prese la bottiglia di brandy e un altro piattino dal banco all’interno del caffè e marciò verso il tavolo del vecchio. Depose il piattino e riempì il bicchiere di brandy.
“Avrebbe dovuto uccidersi la settimana scorsa” disse al sordo. Il vecchio fece dei segni col dito. “Un altro po’” disse. Il cameriere continuò a riempire il bicchiere finché il brandy traboccò e colò lungo lo stelo del bicchiere nel primo piattino della pila. “Grazie” disse il vecchio. Il cameriere riportò la bottiglia nel caffè. Tornò a sedersi al tavolo con il collega.
“Adesso è ubriaco” disse.
“È ubriaco ogni notte.”
“Perché voleva uccidersi?”
“Come faccio a saperlo?”
“Come ha fatto?”
“Si è impiccato con una corda.”
“Chi lo ha tirato giù?”
“Sua nipote.”
“Perché lo hanno fatto?”
“Paura per la sua anima.”
“Quanti soldi ha?”
“Tanti.”
“Avrà ottant’anni.”
“Forse qualcuno di più.”
“Vorrei che andasse a casa. Non vado mai a letto prima delle tre. È quella l’ora di andare a letto?”
“Sta alzato perché gli piace”
“Lui è solo. Io no. A letto ho una moglie che mi aspetta.”
“Una volta l’aveva anche lui.”
“Adesso una moglie non gli servirebbe a niente.”
“Chi lo sa? Con una moglie forse starebbe meglio.”
“Gli bada sua nipote. Hai detto che lo ha tirato giù lei.”
“Lo so.”
“Non vorrei diventare così vecchio. I vecchi sono sporchi.”
“Non sempre. Questo vecchio è pulito. Beve senza sbrodolarsi. Anche adesso che è ubriaco. Guardalo.”
“Non ho voglia dì guardarlo. Vorrei che andasse a casa. Non ha rispetto per chi deve lavorare.”
Il vecchio alzò gli occhi dal bicchiere, guardò la piazza, e poi i due camerieri.
“Un altro brandy” disse, indicando il bicchiere. Il cameriere che aveva fretta gli si avvicinò.
“Finito” disse, parlando con quelle omissioni sintattiche di cui si servono gli stupidi quando si rivolgono agli ubriachi o ai forestieri. “Stasera basta. Adesso chiuso.”
“Un altro” disse il vecchio.
“No. Finito.” Il cameriere pulì l’orlo del tavolo con uno strofinaccio e scosse la testa.
Il vecchio si alzò in piedi, contò lentamente i piattini, tolse di tasca un borsellino di cuoio e pagò, lasciando mezza peseta di mancia.
Il cameriere lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava lungo la strada, uomo vecchissimo che camminava con passo incerto ma con grande dignità.
“Perché non hai lasciato che restasse qui a bere?” chiese il cameriere che non aveva fretta. Stavano abbassando le serrande. “Non sono ancora le due e mezzo.”
“Voglio andare a letto.”
“Cos’è un’ora?”
“Per me più che per lui.”
“Un’ora è uguale per tutti.”
“Parli anche tu come un vecchio. Può comprarsi una bottiglia e bersela a casa.”
“Non è la stessa cosa. “
“No, non è la stessa cosa” ammise il cameriere ammogliato. Non voleva essere ingiusto. Aveva soltanto fretta.
“E tu? Non hai paura di andare a casa prima della solita ora?”
“Stai cercando d’insultarmi?”
“No, hombre, solo di dire una battuta.”
“No” disse il cameriere che aveva fretta, raddrizzandosi dopo aver abbassato le serrande di metallo. “Io ho fiducia. Sono pieno di fiducia.”
“Hai giovinezza, fiducia, e un lavoro” disse il cameriere più vecchio. “Hai tutto.”
“E a te cosa manca?”
“Tutto tranne il lavoro.”
“Hai tutto quello che ho io.”
“No. Non ho mai avuto fiducia e non sono giovane.”
“Dai. Smettila di dire sciocchezze e chiudi a chiave.”
“Io sono di quelli ai quali piace stare al caffè fino a tardi” disse il cameriere più vecchio. “Con tutti quelli che vogliono andare a letto. Con tutti quelli che hanno bisogno di una luce per la notte.”
“Io voglio andare a casa e a letto.”
“Siamo due razze diverse” disse il cameriere più vecchio. Adesso era vestito per andare a casa. “Non è solo questione giovinezza e di fiducia, anche se sono bellissime cose. Ogni notte io sono restio a chiudere perché può esserci qualcuno che ha bisogno del caffè.”
“Hombre, ci sono delle bodegas aperte tutta la notte.”
“Non capisci. Questo è un caffè piacevole, pulito. È illuminato bene. La luce è molto buona e, adesso, ci sono anche le ombre delle foglie.”
“Buonanotte” disse il cameriere più giovane.
“Buonanotte” disse l’altro. Spegnendo la luce elettrica continuò la conversazione con se stesso. È la luce, naturalmente, ma bisogna che il locale sia piacevole e pulito. Non ci vuole la musica. La musica non ci vuole di certo. E non puoi stare dignitosamente in piedi davanti a un banco, anche se per queste ore della notte un banco è tutto quello che ti danno. Di che cosa aveva paura? Non era né paura né timore. Era un niente che conosceva troppo bene. Era tutto un niente, e anche un uomo era niente. Era soltanto questo, e tutto quello che ci voleva era la luce, e un certo ordine e una certa pulizia. Alcuni ci vivevano e non lo avvertivano mai, ma lui sapeva che era tutto nada y pues nada y nada y pues nada. Nada nostro che sei nel nada, nada sia il nome tuo il regno tuo nada sia la tua volontà nada in nada come in nada. Dacci questo nada il nostro nada quotidiano e nadaci il nostro nada come noi nadiamo i nostri nada e non nadarci in nada ma liberaci da1 nada; pues nada, Ave niente pieno di niente, niente sia con te. Sorrise e si fermò davanti al banco di un bar con una lucente macchina da caffè a vapore.
“Cosa prende?” chiese il barista.
“Nada.”
“Otro loco mas” disse il barista, e gli voltò le spalle.
“Una tazzina” disse il cameriere.
Il barista glielo versò.
“La luce è molto viva e piacevole, ma il banco non è lucido” disse il cameriere.
Il barista lo guardò, ma non rispose. Era troppo tardi per fare conversazione.
“Vuole un’altra copita?” chiese il barista.
“No grazie” disse il cameriere, e uscì. Non gli piacevano né i bar né le bodegas. Un caffè pulito, illuminato bene, era una cosa molto diversa. Adesso, senza pensarci più, sarebbe tornato nella sua stanza. Si sarebbe messo a letto e finalmente, alle prime luci dell’alba, si sarebbe addormentato. Dopo tutto, si disse, probabilmente è soltanto insonnia. Chissà quanti ce l’hanno.

[ tratto da I quarantanove racconti, 1938 ]

Carlo Emilio Gadda – “E della loro faccia di manichini ossibuchivori.”

 

[ Toulouse Lautrec – “At the Moulin Rouge” ]

 

Camerieri neri, nei “restaurants”, avevano il frac, per quanto pieno di padelle: e il piastrone d’amido, con cravatta posticcia. Solo il piastrone s’intende: cioè senza che quella imponentissima fra tutte le finità pettorali arrivasse mai a radicarsi in una totalitaria armonia, nella fisiologia necessitante d’una camicia. La quale mancava onninamente.
Pervase da un sottile brivido, le signore: non appena si sentissero onorare dell’appellativo di signora da simili ossequenti fracs. “Un misto panna-cioccolato per la signora, sissignora!”. Era, dalla nuca ai calcagni, come una staffilata di dolcezza, “la pura gioia ascosa” dell’inno. E anche negli uomini, del resto, il prurito segreto della compiacenza: su, su, dall’inguine verso le meningi e i bulbi: l’illusione, quasi, d’un attimo di potestà marchionale. Dimenticati tutti gli scioperi, di colpo; le urla di morte, le barricate, le comuni, le minacce d’impiccagione ai lampioni, la porpora al Père Lachaise; e il caglio nero e aggrumato sul goyesco abbandono dei distesi, dei rifiniti; e le cagnare e i blocchi e le guerre e le stragi, d’ogni qualità e d’ogni terra; per un attimo! per quell’attimo di delizia. Oh! spasimo dolce! Procuratoci dal reverente frac: “Un taglio limone-seltz per il signore, sissignore! Taglio limone-seltz al signore!”. Il grido meraviglioso, fastosissimo, pieno d’ossequio e d’una toccante premura, più inebriante che melode elisia di Bellini, rimbalzava di garzone, di piastrone in piastrone, locupletando di nuovi sortilegi destrogiri gli ormoni marchionici del committente; finché, pervenuto alla dispensa, era “un taglio limone-seltz per quel belinone d’un 128!”.
Sí, sí: erano consideratissimi, i fracs. Signori seri, nei “restaurants” delle stazioni, e da prender sul serio, ordinavano loro con perfetta serietà “un ossobuco con risotto”. Ed essi, con cenni premurosi, annuivano. E ciò nel pieno possesso delle rispettive facoltà mentali. Tutti erano presi sul serio: e si avevano in grande considerazione gli uni gli altri. Gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapione d’un molleggio adeguato all’importanza del loro deretano, nella dignità del comando. Gli uni si compiacevano della presenza degli altri, desiderata platea. E a nessuno veniva fatto di pensare, sogguardando il vicino, “quando è fesso!”. Dietro l’Hymalaia dei formaggi, dei finocchi, il guardasala notifica le partenze: “!Para Corrientes y Riconquista! !Sale a las diez el rápido de Paraná! !Tersero andén!”.
Per lo più, il coltello delle frutta non tagliava. Non riuscivano a sbucciar la mela. O la mela gli schizzava via dal piatto come sasso di fionda, a rotolare fra scarpe lontanissime. Allora, con voce e dignità risentita, era quando dicevano: “Cameriere! ma questo coltello non taglia!”. Tra i cigli, improvvisa, una nuvola imperatoria. E il cameriere accorreva trafelato, con altri ossibuchi: ed esternando tutta la sua costernazione, la sua piena partecipazione, umiliava sommessa istanza appiè il corruccio delle Loro Signorie: (in un tono più che sedativo): “provi questo, signor Cavaliere!”: ed era già trasvolato. Il quale “questo” tagliava ancora meno di quel di prima. Oh, rabbia! mentre tutti, invece, seguitavano a masticare, a bofonchiare addosso agli ossi scarnificati, a intingolarsi la lingua, i baffi. Con un sorriso appena, oh, un’ombra una prurigine d’ironia, la coppia estrema ed elegantissima, lui, lei, lontan lontano, avevan l’aria di seguitar a percepire quella mela, finalmente immobile nel mezzo la corsía: lustra, e verde, come l’avesse pitturata il De Chirico. Nella quale, bestemmiando sottovoce, alla bolognese, ci intoppavano ogni volta le successive ondate dei fracs-ossibuchi, per altro con lesti caldi in discesa, e quasi in rimando, l’uno all’altro: alla Meazza, alla Boffi.
Erano degli strameledísa buccinati via come sputi di vipera, non tanto sottovoce però da non arrivare a capir cosa fossero: da dietro pile di piatti in tragitto, o di bacinelle di maionese, o cataste d’asparagi di cui sbrodolava giù burro sciolto sul lucido; perseguiti poi tutti, tutt’a un tratto, da improvvise trombe marine di risotti, verso la proda salvatrice.
Tutti, tutti: e più che mai quei signori attavolati. Tutti erano consideratissimi! A nessuno, mai, era venuto in mente di sospettare che potessero anche essere dei bischeri, putacaso, dei bambini di tre anni.
Nemmeno essi stessi, che pure conoscevano a fondo tutto quanto li riguardava, le proprie unghie incarnite, e le verruche, i nèi, i calli, un per uno, le varici, i foruncoli, i baffi solitari. Neppure essi, no, no, avrebbero fatto di se medesimi un simile giudizio.
E quella era la vita.
Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che la lunga pezza oramai, cioè fin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – (come l’elettrico nelle macchine a strofinío) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso.
Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era cosí instantemente evocato dalla tensione delle circostanze.
Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, rinchiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor frotte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco, giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova fronte, già cosí sopraccaricata di pensiero: (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all’atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli “altri tavoli”, aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia, o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E cosí rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il toreador della Carmen.
Cosí rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori.

da:  La Cognizione del dolore

” del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo. “

[ “Der Gruss” – Quint Buchholz ]

 

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.

E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono.
Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.

Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

 

( Se una notte d’inverno un viaggiatore”,  Italo Calvino )