Massimo Volume – Avevi fretta di andartene

Dicevi che i tuoi amanti erano specchi infranti nel riflesso del tuo disincanto
ti sei congedata da loro offrendogli il rimpianto della tua bellezza
e un’ultima notte sfilata al passato.

le tue labbra non lasciavano promesse
ma sul tuo letto c’erano ancora i segni di una lotta che avresti voluto perdere.

sei arrivata in un pomeriggio di sole
avevi fretta di andartene
sei arrivata in un pomeriggio di sole
ho corrotto il tempo per non lasciarti andare

prendi la mia lingua
la mie frasi scontate
prendi i miei spicci e il mio vestito di stracci
tutte le cose inutili che le mie mani hanno fatto
regina delusa
non badare alle voci
donerò i miei alibi a qualche amante infedele
perciò sciogli il tuo esercito assetato di pace
e lasciami violare le tue mura sguarnite.

i santi intorno a te avevano l’aria stranita
invidiavi la loro sofferta teatralità
la maniera morbosa con cui parlavano d’amore

sei arrivata in un pomeriggio di sole
avevi fretta di andartene
sei arrivata in un pomeriggio di sole
ho corrotto il tempo per farti restare

prendi i miei occhi
le mie strofe copiate
prendi la mia smania e i miei sciocchi rancori
tutta la strada inutile che le mie scarpe hanno fatto
regina delusa
non badare alle voci
donerò i miei alibi a qualche amante infedele
perciò sciogli il tuo esercito assetato di pace
e lasciami violare le tue mura sguarnite.

 

Uno.

Il nostro picnic è finito; la strada è buia, piena di buche, e sull’auto il bambino più piccolo comincia a sentirsi male. Un
povero sciocco ti direbbe: devi essere coraggiosa. Ma qualunque cosa io possa dirti per farti animo o consolarti sarà come una minestrina insipida – e tu sai quello che voglio dire. Tu l’hai sempre capito. La vita con te è stata incantevole, e quando dico “incantevole” intendo voli e viole, e quella morbida, rosea “l” nel mezzo, e quelle sillabe sulle quali si curvava indugiando la tua lingua. La nostra vita insieme è stata allitterativa, e quando penso a tutte le piccole cose destinate a morire, ora che non le possiamo più condividere, sento come se fossimo morti anche noi. E forse lo siamo. Vedi, quanto più grande era la nostra felicità, tanto più sfumavano i suoi bordi, come se i contorni si sciogliessero, e ormai essa è dissolta del tutto. Non ho smesso di amarti; ma qualcosa è morto in me, e nella nebbia non riesco a vederti… Questa è tutta poesia. Ti sto mentendo, che vigliacco. Niente è più vile di un poeta che mena il can per l’aia. Credo che però tu abbia intuito come stanno le cose: sì, la solita dannata formuletta, “un’altra donna”. Con lei sono disperatamente infelice – ecco, questo almeno è vero. E penso non ci sia molto altro da aggiungere su questo lato della vicenda. Non posso fare a meno di pensare che nell’amore ci sia qualcosa di essenzialmente sbagliato. Tra amici si litiga o ci si perde di vista, e anche tra parenti stretti, ma non c’è questo spasimo, questo pathos, questa fatalità che sta attaccata all’amore. L’amicizia non ha mai l’aspetto di una condanna. Perché, cosa succede? Non ho smesso di amarti, ma poiché non posso continuare a baciare il tuo caro, pallido volto, dobbiamo lasciarci, dobbiamo lasciarci. E perché? Perché l’amore è così misteriosamente esclusivo? Si possono avere mille amici, ma si deve amare una sola persona. Non è il caso di parlare degli harem: io sto parlando della danza, non della ginnastica. O si può forse immaginare un portentoso turco che ami ognuna delle sue quattrocento mogli come io amo te?
Quando dico “due”, ho già cominciato a contare e non vi è più limite.

Esiste solo un numero, vero: Uno. E l’amore, a quanto pare, è l’esponente migliore di questa unicità.

 

Lhasa de Sela – El desierto

 

He venido al desierto pa irme de tu amor

Que el desierto es más tierno y la espina besa mejor


He venido a este centro de la nada pa gritar


Que tú nunca mereciste lo que tanto quise dar


Que tú nunca mereciste lo que tanto quise dar


He venido al desierto pa irme de tu amor


Que el desierto es más tierno y la espina besa mejor


He venido a este centro de la nada pa gritar


Que tú nunca mereciste




He venido yo corriendo olvidándome de ti


Dame un beso pajarillo no te asustes colibrí


He venido encendida al desierto pa quemar


Porque el alma prende fuego cuando deja de amar


Porque el alma prende fuego cuando deja de amar




He venido yo corriendo olvidándome de ti


Dame un beso pajarillo y no te asustes colibrí


He venido encendida al desierto pa quemar


Porque el alma prende fuego




He venido yo corriendo olvidándome de ti


Dame un beso pajarillo y no te asustes colibrí


He venido encendida al desierto pa quemar


Porque el alma prende fuego cuando deja de amar


Porque el alma prende fuego cuando deja de amar




He venido al desierto pa irme de tu amor


Que el desierto es más tierno y la espina besa mejor


He venido a este centro de la nada pa gritar


Que tú nunca mereciste lo que tanto quise dar


He venido yo corriendo olvidándome de ti


Dame un beso pajarillo y no te asustes colibrí


He venido encendida al desierto pa quemar


Porque el alma prende fuego

Creuza de mä – Fabrizio De Andrè



Certe volte mi sentivo inorgoglito, altre volte deluso. Ma
sempre in ogni caso un po’ vergognoso a vedermi quasi costretto a sfogliare le
riviste specializzate, per scrutare con un occhio quasi da lumaca, fuori dalle
orbite, quale posizione avesse ottenuto in classifica il mio ultimo,
cosiddetto, prodotto discografico. Perché questo voleva dire che il disco in
quanto funzione oggettiva di consumo, aveva assunto un’importanza superiore a
quella delle canzoni per le quali viveva, e nelle quali sinceramente mi sentivo
di avere vissuto. Mauro Pagani la pensava allo stesso modo, forse anche per
questo motivo: la reciproca stima, il progetto comune, il tentativo di
ricondurre la canzone alla sua funzione primaria. Il canto ha infatti ancora
oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare
dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male.
Certo le canzoni le abbiamo comunque registrate, a noi sembra con buoni
risultati tecnici. Però penso che mai, come nel caso di Creuza de mä, di questa
“mulattiera di mare”, traduzione volutamente approssimativa, per quanto
desiderava essere descrittivamente precisa, mai come in questo caso – dicevo –
il disco ha assunto una funzione molto ridotta rispetto alle canzoni di cui vive.
Dicevo pure la funzione che può avere la stringa nei confronti di una scarpa, o
addirittura nei confronti di un mocassino.
Ci sono sicuramente altri motivi per cui si è deciso di fare canzoni di questo
tipo. Motivi tutti ugualmente di rilievo e a cui sinceramente non riuscirei a
dare un ordine di importanza. Ad esempio la scelta stilistica. Una volta
individuati gli strumenti etnici che in quella che in qualcuno ha voluto
chiamare una piccola “Odissea”, volevano ricondurci all’atmosfera del bacino
del Mediterraneo, dal Bosforo a Gibilterra, era necessario adattare ai suoni
che tali strumenti riproducevano, una lingua che ci scivolasse sopra, che
evocasse attraverso fonemi cantati, indipendentemente quindi dalla loro
immediata comprensibilità, le stesse atmosfere che gli strumenti evocavano. A
noi la lingua più adatta è sembrata fosse il genovese, con i suoi dittonghi, i
suoi iati, la sua ricchezza di sostantivi ed aggettivi tronchi che li puoi
accorciare o allungare quasi come il grido di un gabbiano.
Dei motivi che ci hanno indotto a scrivere di queste ombre di facce, di queste
facce di marinai a cui la notte punta il coltello alla gola, di questi
emigranti della risata con i chiodi negli occhi, ce ne sarebbero ancora molti
da esaminare. Meglio quindi passare direttamente a descrivere i personaggi, la
tipologia umana raccolta nelle canzoni. Una unanimità che sinceramente
susciterebbe la mia e la altrui ilarità, se dovessimo vederla esposta nelle
vetrine di una gioielleria del centro di una metropoli. Un campionario umano al
contrario, che bisogna andarsi a cercare nella spazzatura.


Qualcuno per esempio mi ha chiesto chi è Jamin-a. Ebbene Jamin-a non è un
sogno, ma piuttosto la speranza di una tregua. Una tregua di fronte a un
possibile mare forza 8, o addirittura ad un naufragio. Voglio dire che Jamin-a
è un’ipotesi di avventura positiva che in un angolo della fantasia del
navigante trova sempre e comunque spazio e rifugio. Jamin-a è la compagna di un
viaggio erotico, che ogni marinaio spera o meglio pretende di incontrare in
ogni posto, dopo le pericolose bordate subite per colpa di un mare nemico o di
un comandante malaccorto.
A Genova si usa dire della gente che naviga: “cara moglie, passato il monte di
Portofino, ritorno libero e scapolo”. Ecco spiegato con un semplice detto
popolare, quel minimo di paga, di compenso che un marinaio – ripeto – pretende
di ricevere dal proprio rischio, dalla propria pericolosa ginnastica di
obbedienza di fronte all’avventura.
Ho detto che Jamin-a rappresenta più una pretesa che non un sogno da parte del
navigante, contrastando con quanto Gianni Granzotto ha saputo trarre nel suo
stupendo Cristoforo Colombo dalla psicologia dell’ammiraglio del mare oceano.
In effetti Colombo, uomo di grande genio, nel momento stesso in cui la sua
fantasia e la realtà dimostravano di non coincidere, ebbene a questo punto
Colombo si convinceva che fosse la realtà a sbagliare, tant’è vero che
Granzotto lo paragona, a mio parere giustamente, a una sorta di Don Chisciotte.
Colombo fu convinto fino alla morte di avere scoperto il Giappone e non
l’America.
Ritornando a Jamin-a, il semplice navigante non può permettersi tanto lusso.
Voglio dire che se la Jamin-a incontrata differisce da quella immaginata, eh,
beh, Jamin-a va bene lo stesso, alla faccia dei sogni e del trionfo dei sensi.
Non dimentichiamo quello che Tomasi di Lampedusa fa dire al suo Gattopardo:
“sono quasi quarant’anni che conosco mia moglie, e non le ho mai visto
l’ombelico”. Ecco, sicuramente con una Jamin-a un inconveniente del genere non
è neanche pensabile ipotizzarlo.
Certo, navigando non è che si incontrino soltanto Jamine o tavole imbandite con
gatti in salmì spacciati per conigli selvatici, come si dice nella canzone
Creuza de mä. Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla
tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa
cultura.


È il caso di Sidone, Sidùn in genovese. Sidone è la città
libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche
l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle
truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco,
disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato
dai congoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte,
ancora poco prima labbra grosse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre,
forse sua unica e insostenibile ricchezza.
La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va
semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va
metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il
Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande
nutrice della civiltà mediterranea.
Nato al mare, trasferito in campagna dove ho vissuto buona parte della mia
infanzia, era quasi fatale che questi due amori convivessero nei miei desideri,
nella mia fantasia. Ecco forse il motivo di una scelta di vita: la Sardegna,
dove appunto terra e mare convivono, quasi cucite da uno stesso destino.
“Burdesandu, burdesandu”, cioè facendo bordi, si può arrivare all’isola di
Djerba, dove la storia ci ricorda che alla fine del XVI secolo durante uno
scontro tra le flotte della repubblica di Genova e quella turca, fu catturato
dai musulmani un marinaio genovese di nome Cicala. La canzone è una specie di
manuale, di vademecum dello scalatore sociale, d’altra parte ampiamente
giustificabile date le condizioni dei tempi e la particolare durezza usata nei
confronti dei prigionieri, tanto più se professavano una religione diversa. Al
marinaio Cicala che rifiuta di combattere contro le teste fasciate, cioè contro
i turchi, viene dato un remo, altrettanto turco, da spingere fino al piede e
tirare fino al cuore, finché la sua intraprendenza, all’inizio ripagata con una
scodella di brodo di grano saraceno, non gli consentirà di diventare gran
visir, ossequiato e riverito. La filosofia di questo rinnegato sta forse tutta
raccolta in una massima popolare, che lui ripete quasi come un ritornello, per
ricordarci che in mezzo al mare “c’è un pesce tondo che quando vede le brutte
va sul fondo e in mezzo al mare c’è un pesce palla, che quando vede le belle
viene a galla”.

Haiku


Seduto sotto un albero a meditare

mi vedevo immobile danzare con il tempo

come un filo d’erba

che si inchina alla brezza di maggio

o alle sue intemperie.



Alla rugiada che si posa sui fiori

quando s’annuncia l’autunno

assomiglio

io che devo svanire

e vorrei

sospendermi nel nulla

ridurmi

e diventare nulla.

( da Caffè de la Paix  )

CSI – Ongii

Raccontami Ongii che scorri

Incessante preghiera che mormora al cielo

Del tuo monastero perduto dimmi la bellezza dei gesti e dei colori

Che ti hanno traversato e che hai riflesso

Dei bagliori dell’oro dei fuochi dei fumi e dei profumi d’incenso

Tra l’eco di conchiglie trombe campane fragore di tamburi di piatti

Lo sgretolarsi tremolante dei gong

Cantami coi pellegrini nomadi gioie e bisogni

E delle carovane sfiancate da Occidente dall’interno dal Nord e

dall’Oriente

Cantami dei mercanti i richiami

E della folla il brusio

E l’ooohooohooo di meraviglia ai prodigi

Inondami di vita quotidiana

D’ovvio rumore stupore

Canta il Capodanno lunare

Viene la primavera la terra che fiorisce

La vita si rivela

Latte carne sangue nutrimento offerta al tempio

Ed è preghiera il succhiare della bocca

Nei cuccioli d’uomo e animale

Ed è preghiera il succhiare della bocca

Nei cuccioli d’uomo e animale

(da Tabula Rasa Elettrificata )

 

Settembre.

 
il sole a settembre mi lascia vestire ancora leggera
il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa
tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare
è tempo di imparare a guardare
è tempo di ripulire il pensiero
è tempo di dominare il fuoco
è tempo di ascoltare davvero
l’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera
il giorno sprofonda nei solchi bruciati di questa distesa
tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore
basta solo farlo guarire, basta solo lasciarlo entrare
è tempo di imparare a guardare
è tempo di ripulire il pensiero
è tempo di dominare il fuoco
è tempo di ascoltare davvero
è tempo di imparare a cadere
 è tempo di rinunciare al veleno
è tempo di dominare il fuoco
è tempo di ascoltare davvero
l’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera ..
 
 
 
 
 
 
 

Colore Perfetto -” Un giorno qualunque ” (Moltheni, voce e testo)

 
Bello come un bambino che gioca in un prato nel sole di maggio.. 
bello come una mano che graffia la schiena di chi sta per farlo.. 
bello come la pelle che si apre a sentiero infinito e carnale.. 
bello come se amarti per me diventasse normale.. 
bello come nell’attimo in cui l’ago punge la vena impaziente.. 
bello come in quel giorno in cui tu mi scegliesti in mezzo alla gente.. 
bello come il sorriso che aveva tua madre a Perugia nel 73.. 
bello come i suoi trentaquattr’anni a cercare un perchè.. 
bello come nell’attimo in cui t’addormenti e la mente diventa impotente.. 
bello perchè è una favola che contrappone una mela a un serpente.. 
bello come ti giri i capelli intorno all’orecchio.. 
il profondo del mare per te può trovarsi nell’acqua di un secchio.. 
bello quando mi guardi e ad un tratto il mondo si ferma e diventa silenzio.. 
l’energia della ruota che gira.. tirannia del mio tempo.. 
forse un giorno potrò ritornare nei miei passi sbagliati.. 
forse un giorno potrei restituirti tutti i giorni perduti per me.. per me.. 
forse un giorno potrò ritornare nei miei passi sbagliati.. 
forse un giorno potrei restituirti tutti i giorni perduti per me..
 
 
 
 
 
 
 

dancing

 
 
Time is gonna take my mind and carry it far away where I can fly
the depth of life will dim my temptation to live for you
if I were to be alone silence would rock my tears
‘cause it’s all about love and I know better
how life is a waving feather
so I put my arms around you
and I know that I’ll be leaving soon
my eyes are on you, they’re on you
and you see that I can’t stop shaking
no I won’t step back but I’ll look down to hide from your eyes
‘cause what I feel is so sweet and I’m scared that even my own breath
could burst it if it were a bubble
and I’d better dream if I have to struggle
so I put my arms around you
and I hope that I will do no wrong
my eyes are on you, they’re on you
and I hope that you won’t hurt to me
I’m dancing in the room as if I was in the woods with you
no need for anything but music
music’s the reason why I know time still exist
time still exist…
so I put my arms around you…