Une liaison pornographique. – “Hai mai fatto una dichiarazione d’amore?”

Immagine

Lei: Hai mai fatto una dichiarazione d’amore?
Lui: Una dichiarazione d’amore?
Lei: Si, una vera dichiarazione d’amore.
Lui: Vuoi dire con un ginocchio a terra, la mano sul cuore…
Lei: No, no. Insomma, dire a qualcuno, a una donna per esempio, dirle che la ami, che vuoi vivere con lei, eccetera eccetera. L’hai mai fatto?
Lui: E’ tanto tempo che non lo faccio.
Lei: Tanto quanto?
Lui: Tanto tempo. Insomma, credo.. Non mi ricordo più, avevo ancora l’acne.
Lei: E perchè non l’hai più fatto?
Lui: Non so che dirti.. Non mi sembrava un buon metodo per rimorchiare.
Lei: Ma fare una dichiarazione d’amore non è rimorchiare.
Lui: No, no.
Lei: Fare una dichiarazione d’amore è fare una dichiarazione d’amore. A volte non c’è l’intenzione di sedurre o di rimorchiare; a volte si ama talmente qualcuno che non si può fare a meno di farle una dichiarazione d’amore. Non l’hai mai provato? Un sentimento così forte, che non hai scelta, che devi fare una dichiarazione d’amore?
Lui: Può darsi, ma non ho mai osato farla.
Lei: Perchè?
Lui: Avevo paura?
Lei: Paura di cosa?
Lui: Del ridicolo, del.. fallimento.
Lei: Io ti amo. Io ti amo come non ho mai amato nessuno prima di te. Ho questa sensazione in questo momento e può essere falsa, ma è così forte che può solo essere vera, capisci? Voglio vivere con te, voglio sposarti, invecchiare, e portare la dentiera con te, insomma due dentiere, ciascuno ognuno la sua dentiera, no perché anche questo so è che è falso, so che se ci riflettessimo dieci minuti con calma io mi accorgerei che è falso ma ora non riesco a riflettere dieci minuti con calma, non riesco a riflettere e basta. Ti amo, tutto qui.

Une liaison pornographique di Frédéric Fonteyne (1999)

“Waking life” – Linguaggio e comuni(cazi)one.

La creazione sembra nascere dall’imperfezione, sembra venir fuori da uno sforzo e dalla frustrazione.  Ed è così che, secondo me, è nato il linguaggio: è derivato da un forte desiderio di trascendere il nostro isolamento, per comunicare, in qualche modo, gli uni con gli altri.

E probabilmente è stato facile, è stata una semplice questione di sopravvivenza: per dire “acqua” abbiamo prodotto questo suono; “c’è una tigre dietro di te” e abbiamo prodotto un altro suono. Ma quello che è davvero interessante, secondo me, è il fatto che noi usiamo lo stesso identico sistema di simboli per comunicare tutti i fenomeni astratti e intangibili che si presentano nella nostra vita.

Come si esprime la frustrazione? O come si esprime la rabbia o l’amore? Quando dico la parola amore, il suono viene fuori dalla mia bocca e colpisce l’orecchio dell’altra persona, viaggia attraverso un intricato percorso che porta al cervello, attraverso i ricordi d’amore o di mancanza d’amore. E l’altra persona registra quello che dico e dice di capire, ma io come faccio a saperlo? Perché le parole sono inerti, sono simboli, sono morte. E una grandissima parte di tutta la nostra esperienza è intangibile, gran parte di quello che percepiamo non può essere espressa con le parole.

Eppure quando noi comunichiamo l’uno con l’altro e sentiamo di aver stabilito un contatto e crediamo di essere stati capiti, secondo me proviamo una sensazione quasi di comunione spirituale. Ed è forse una sensazione transitoria, ma è ciò per cui viviamo.

(da Waking Life di Richard Linklater)

Io sono l’Amore.

L’albero mi è penetrato nelle mani,

la sua linfa m’è ascesa nelle braccia,

l’albero m’è cresciuto nel seno –

profondo,

i rami spuntano da me come braccia.

Sei albero,

sei muschio,

sei violette trascorse dal vento. –

Creatura – alta tanto – tu sei,

e tutto questo è follia al mondo.

( Ezra Pound )


“Io sono l’Amore ”  di  Luca Guadagnino

Mario Vargas Llosa – [ … e per trasformare in possibile l’impossibile. ]

Ho imparato a leggere a cinque anni, nella classe di fratel Justiniano, al Collegio La Salle di Cochabamba (Bolivia). È la cosa più importante che sia successa nella mia vita. Quasi settant’anni dopo ricordo con nitidezza come quella magia, tradurre le parole dei libri in immagini, abbia arricchito la mia vita, rompendo le barriere del tempo e dello spazio e permettendomi di viaggiare con capitan Nemo ventimila leghe sotto i mari, di lottare con d’Artagnan, Athos, Portos e Aramis contro gli intrighi che minacciano la Regina ai tempi dello scaltro Richelieu, o di trascinarmi nelle viscere di Parigi, dopo essermi trasformato in Jean Valjean, con il corpo inerte di Marius sulle spalle.
La lettura trasformava il sogno in vita e la vita in sogno e metteva alla portata di quell’ometto che ero l’universo della letteratura.
Mia madre mi raccontò che le prime cose che scrissi furono la continuazione delle storie che leggevo perché mi dispiaceva che finissero o volevo rettificarne il finale. E forse è questo ciò che ho fatto per tutta la vita senza saperlo: prolungare nel tempo, mentre crescevo, maturavo e invecchiavo, le storie che riempirono la mia infanzia di esaltazione e di avventure (…)
Non era facile scrivere storie. Nel diventare parole, i progetti marcivano sulla carta e le idee e le immagini languivano. Come rianimarli? Per fortuna, c’erano i maestri  per imparare da loro e seguirne l’esempio. (…)
A volte mi sono chiesto se in paesi come il mio, con scarsi lettori e tanti poveri, analfabeti e ingiustizie, dove la cultura era privilegio di così poca gente, scrivere non fosse un lusso solipsista. Questi dubbi, tuttavia, non hanno mai asfissiato la mia vocazione e ho sempre continuato a scrivere, anche in quei periodi in cui i lavori che mi davano da mangiare assorbivano quasi tutto il mio tempo. Credo di aver fatto la cosa giusta, infatti se per far fiorire la letteratura in una società il requisito fosse quello di raggiungere prima l’alta cultura, la libertà, la prosperità e la giustizia, essa non sarebbe mai esistita. Al contrario, grazie alla letteratura, alle coscienze che ha formato, ai desideri e agli aneliti che ha ispirato, al disincanto della realtà con cui torniamo dal viaggio in una bella fantasia, la civiltà è oggi meno crudele di quando i cantastorie cominciarono a umanizzare la vita con le loro favole. Saremmo peggio di quello che siamo senza i buoni libri che abbiamo letto, più conformisti, meno inquieti e ribelli e lo spirito critico, motore del progresso, non esisterebbe nemmeno (…)
Senza i racconti saremmo meno coscienti dell’importanza della libertà perché la vita sia vivibile e dell’inferno in cui si trasforma quando è conculcata da un tiranno, un’ideologia o una religione. Chi dubita che la letteratura, oltre a immergerci nel sogno della bellezza e della felicità, ci mette in guardia contro ogni forma di oppressione, si chieda perché tutti i regimi che si preoccupano di controllare la condotta dei loro cittadini dalla culla alla tomba, la temono tanto da stabilire sistemi di censura per reprimerla e sorvegliano con tanta diffidenza gli scrittori indipendenti. Lo fanno perché sanno il rischio che corrono lasciando che l’immaginazione scorra nei libri, quanto diventano sediziose le narrazioni quando il lettore compara la libertà che le rende possibili e che in esse si esercita, con l’oscurantismo e la paura che lo insidiano nel mondo reale. Che lo vogliano o no, lo sappiano o no, gli affabulatori, nell’inventare storie, propagano insoddisfazione, mostrando che il mondo è fatto male, che la vita della fantasia è più ricca di quella della routine quotidiana. Questa constatazione, se mette radici nella sensibilità e nella coscienza, rende i cittadini più difficili da manipolare, meno disposti ad accettare le bugie di chi vorrebbe fargli credere che, tra le sbarre, inquisitori e carcerieri vivono meglio e più sicuri (…)
Dato che ogni epoca ha avuto le sue paure, la nostra è quella dei fanatici, dei terroristi suicidi, una specie antica convinta che uccidendo si guadagna il paradiso, che il sangue degli innocenti lava gli affronti collettivi, corregge le ingiustizie e impone la verità sulle false credenze (…) Credevamo  che, con la caduta degli imperi totalitari, la convivenza, la pace, il pluralismo, i diritti umani si sarebbero imposti e il mondo avrebbe lasciato dietro di sé gli olocausti, i genocidi, le invasioni e le guerre di sterminio. Tutto questo non è avvenuto. Proliferano nuove forme di barbarie attizzate dal fanatismo e, con il moltiplicarsi delle armi di distruzione di massa non si può escludere che un qualsiasi gruppo di redentori impazziti provochi un giorno un cataclisma nucleare. Bisogna sbarrargli la strada, affrontarli e sconfiggerli. Non sono in tanti, anche se il fragore dei loro crimini rimbomba per tutto il pianeta e gli incubi che provocano ci colmano di orrore. Non dobbiamo lasciarci intimidire da quelli che vorrebbero toglierci la libertà che abbiamo conquistato nella lunga avventura della civilizzazione. Difendiamo la democrazia liberale che, con tutti i suoi limiti, continua a rappresentare il pluralismo politico, la convivenza, la tolleranza, i diritti umani, il rispetto della critica, la legalità, le elezioni libere, tutto ciò che ci ha strappato alla vita selvaggia e ci ha ravvicinato – anche se non riusciremo mai a raggiungerla – alla vita bella e perfetta che la letteratura crea (…)
Da giovane, come molti scrittori della mia generazione, fui marxista e credetti che il socialismo sarebbe stato il rimedio allo sfruttamento e alle ingiustizie sociali che sempre di più colpivano il mio paese, l’America Latina e i resti del Terzo Mondo. Deluso dalla statalismo e dal collettivismo, il passaggio verso l’uomo democratico e liberali che sono – che cerco di essere – è stato lungo, difficile, ed è avvenuto lentamente, provocato da episodi come la Rivoluzione cubana, che mi aveva entusiasmato al principio, al modello autoritario e verticale dell’Unione Sovietica, la testimonianza dei dissidenti che riusciva a filtrare attraverso il filo spinato dei Gulag, l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei paesi del patto di Varsavia, e grazie a pensatori come Raymond Aron, Jean-François Revel, Isaiah Berlin e Karl Popper, a cui devo la mia rivalutazione della cultura democratica e delle società aperte. Quei maestri furono un esempio di lucidità e di coraggio quando l’intellighenzia dell’Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere all’incantesimo del socialismo sovietico, o peggio ancora, al sabba sanguinario della rivoluzione culturale cinese.
Da bambino sognavo di arrivare un giorno a Parigi perché, affascinato dalla letteratura francese (…) Ma ciò di cui sono forse più riconoscente alla Francia è la scoperta dell’America Latina. Là imparai che il Perù apparteneva a una vasta comunità affratellata dalla storia, la geografia, la problematica sociale e politica, da un certo modo di essere e dalla gustosa lingua in cui parlavo e scrivevo. E che in quegli stessi anni produceva una letteratura nuova e rigogliosa. Là lessi Borges, Octavio Paz, Cortázar, García Márquez, Fuentes, Cabrera Infante, Rulfo, Onetti, Carpentier, Edwards, Donoso e tanti altri, i cui scritti stavano rivoluzionando la narrativa in lingua spagnola e grazie ai quali l’Europa e buona parte del mondo scoprivano che l’America Latina non era solo il continente dei colpi di stato (…)
Da allora fino ai nostri giorni, non senza inciampare e scivolare, l’America Latina è andata via via progredendo (…) Siamo afflitti da meno dittature di una volta, abbiamo solo Cuba e il suo candidato a succederle, il Venezuela e alcune pseudo-democrazie populiste  e clownesche, come quelle della Bolivia e del Nicaragua (…)
Porto il Perù nelle mie viscere, perché là sono nato, cresciuto, mi sono formato e ho vissuto quelle esperienze da bambino e da ragazzo che hanno modellato la mia personalità, hanno forgiato la mia vocazione e perché lì ho amato, odiato, goduto, sofferto e sognato. Ciò che vi accade mi colpisce di più, mi commuove e mi esaspera più di quelle che accade in altre parti. Non l’ho cercato, né me lo sono imposto, semplicemente è così. Alcuni compatrioti mi accusarono di essere un traditore e fui sul punto di perdere la cittadinanza quando, durante l’ultima dittatura, chiesi ai governi democratici del mondo di penalizzare il regime con sanzioni diplomatiche ed economiche, come ho sempre fatto con tutte le dittature, di qualsiasi genere, quella di Pinochet, quella di Fidel Castro, quella dei taliban in Afghanistan, quella degli imam in Iran, quella dei apartheid in Sudafrica, quella dei satrapi in uniforme in Birmania (oggi Myanmar). E lo rifarei domani (…). Fu un atto coerente con la mia convinzione che una dittatura rappresenta il male assoluta per un paese, una fonte di brutalità e corruzione e di ferite profonde che tardano molto tempo a rinchiudersi, ne avvelenano il futuro e creano abitudini e pratiche malsane che si prolungano nel corso delle generazioni ritardando la ricostruzione democratica. Per questo, le dittature devono essere combattute senza esitazioni, con tutti i mezzi a  nostra disposizione, comprese le sanzioni economiche. È deplorevole che i governi democratici, invece di dare l’esempio, solidarizzando con coloro che, come le Damas de Blanco a Cuba, l’opposizione venezuelana , o Aung San Suu Kyi e Liu Xiaobo, che affrontano con coraggio le dittature che subiscono, spesso si mostrino compiacenti non col loro, ma con i loro carnefici. Quei coraggiosi mentre lottano per la propria libertà lottano anche per la nostra. (…)
Dalla caverna ai grattacieli, dalla garrota alle armi di distruzione di massa, dalla vita tautologica della tribù all’era della globalizzazione, le finzioni della letteratura hanno moltiplicato le esperienze umane, impedendo che noi uomini e donne soccombessimo al letargo, all’indifferenza, alla rassegnazione. Niente ha seminato tanto l’inquietudine, smosso tanto l’immaginazione e i desideri, come questa vita di invenzioni, che aggiungiamo a quella che abbiamo grazie alla letteratura, per essere protagonisti delle grandi avventure, delle grandi passioni che la vita vera non ci darà mai. Le invenzioni della letteratura diventano verità attraverso di noi, i lettori trasformati, contaminati dai desideri e, per colpa della finzione, in permanente contraddizione con la mediocre realtà. Stregoneria che, mentre ci illudiamo di avere quello che non abbiamo, essere quello che non siamo, accedere a questa impossibile esistenza in cui, come dei pagani, ci sentiamo terreni ed eterni allo stesso tempo, la letteratura introduce nei nostri spiriti l’anticonformismo e la ribellione, che sono dietro tutte le imprese che hanno contribuito a diminuire la violenza nelle relazioni umane. A diminuire la violenza, non a sconfiggerla. Perché la nostra sarà sempre, per fortuna, una storia inconclusa. Per questo dobbiamo continuare sognando, leggendo e scrivendo, il modo più efficace che abbiamo trovato per alleviare la nostra condizione mortale, per sconfiggere il tarlo del tempo e per trasformare in possibile l’impossibile.

[ Discorso a Stoccolma di Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura 2010 ]

 

Due o tre cose che so di lei – Jean Luc Godard


" .. Forse un oggetto è un legame che ci permette di passare da un soggetto all’altro, di vivere in società, di stare insieme. Ma poichè i rapporti sociali sono sempre ambigui e il pensiero divide così come unisce e le parole uniscono per quello che omettono, c’è un grande abisso che separa la mia certezza soggettiva dalla verità oggettiva degli altri. Poichè so di essere colpevole anche se mi sento innocente. Poichè ogni evento transforma la mia vita quotidiana. Poichè sbaglio a comunicare, a capire. Ad amare o essere amato. Poichè ogni fallimento mi confina nella solitudine. Poichè non posso sottrarmi all’obiettività che mi schiaccia nè alla soggettività che mi esilia. Poichè non posso innalzarmi fino all’essere, nè cadere nel nulla.. devo ascoltare, devo guardare intorno a me più che mai.. il mondo, il mio simile, mio fratello… "