Une liaison pornographique. – “Hai mai fatto una dichiarazione d’amore?”

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Lei: Hai mai fatto una dichiarazione d’amore?
Lui: Una dichiarazione d’amore?
Lei: Si, una vera dichiarazione d’amore.
Lui: Vuoi dire con un ginocchio a terra, la mano sul cuore…
Lei: No, no. Insomma, dire a qualcuno, a una donna per esempio, dirle che la ami, che vuoi vivere con lei, eccetera eccetera. L’hai mai fatto?
Lui: E’ tanto tempo che non lo faccio.
Lei: Tanto quanto?
Lui: Tanto tempo. Insomma, credo.. Non mi ricordo più, avevo ancora l’acne.
Lei: E perchè non l’hai più fatto?
Lui: Non so che dirti.. Non mi sembrava un buon metodo per rimorchiare.
Lei: Ma fare una dichiarazione d’amore non è rimorchiare.
Lui: No, no.
Lei: Fare una dichiarazione d’amore è fare una dichiarazione d’amore. A volte non c’è l’intenzione di sedurre o di rimorchiare; a volte si ama talmente qualcuno che non si può fare a meno di farle una dichiarazione d’amore. Non l’hai mai provato? Un sentimento così forte, che non hai scelta, che devi fare una dichiarazione d’amore?
Lui: Può darsi, ma non ho mai osato farla.
Lei: Perchè?
Lui: Avevo paura?
Lei: Paura di cosa?
Lui: Del ridicolo, del.. fallimento.
Lei: Io ti amo. Io ti amo come non ho mai amato nessuno prima di te. Ho questa sensazione in questo momento e può essere falsa, ma è così forte che può solo essere vera, capisci? Voglio vivere con te, voglio sposarti, invecchiare, e portare la dentiera con te, insomma due dentiere, ciascuno ognuno la sua dentiera, no perché anche questo so è che è falso, so che se ci riflettessimo dieci minuti con calma io mi accorgerei che è falso ma ora non riesco a riflettere dieci minuti con calma, non riesco a riflettere e basta. Ti amo, tutto qui.

Une liaison pornographique di Frédéric Fonteyne (1999)

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“Waking life” – Linguaggio e comuni(cazi)one.

La creazione sembra nascere dall’imperfezione, sembra venir fuori da uno sforzo e dalla frustrazione.  Ed è così che, secondo me, è nato il linguaggio: è derivato da un forte desiderio di trascendere il nostro isolamento, per comunicare, in qualche modo, gli uni con gli altri.

E probabilmente è stato facile, è stata una semplice questione di sopravvivenza: per dire “acqua” abbiamo prodotto questo suono; “c’è una tigre dietro di te” e abbiamo prodotto un altro suono. Ma quello che è davvero interessante, secondo me, è il fatto che noi usiamo lo stesso identico sistema di simboli per comunicare tutti i fenomeni astratti e intangibili che si presentano nella nostra vita.

Come si esprime la frustrazione? O come si esprime la rabbia o l’amore? Quando dico la parola amore, il suono viene fuori dalla mia bocca e colpisce l’orecchio dell’altra persona, viaggia attraverso un intricato percorso che porta al cervello, attraverso i ricordi d’amore o di mancanza d’amore. E l’altra persona registra quello che dico e dice di capire, ma io come faccio a saperlo? Perché le parole sono inerti, sono simboli, sono morte. E una grandissima parte di tutta la nostra esperienza è intangibile, gran parte di quello che percepiamo non può essere espressa con le parole.

Eppure quando noi comunichiamo l’uno con l’altro e sentiamo di aver stabilito un contatto e crediamo di essere stati capiti, secondo me proviamo una sensazione quasi di comunione spirituale. Ed è forse una sensazione transitoria, ma è ciò per cui viviamo.

(da Waking Life di Richard Linklater)

Carlo Emilio Gadda – “E della loro faccia di manichini ossibuchivori.”

 

[ Toulouse Lautrec – “At the Moulin Rouge” ]

 

Camerieri neri, nei “restaurants”, avevano il frac, per quanto pieno di padelle: e il piastrone d’amido, con cravatta posticcia. Solo il piastrone s’intende: cioè senza che quella imponentissima fra tutte le finità pettorali arrivasse mai a radicarsi in una totalitaria armonia, nella fisiologia necessitante d’una camicia. La quale mancava onninamente.
Pervase da un sottile brivido, le signore: non appena si sentissero onorare dell’appellativo di signora da simili ossequenti fracs. “Un misto panna-cioccolato per la signora, sissignora!”. Era, dalla nuca ai calcagni, come una staffilata di dolcezza, “la pura gioia ascosa” dell’inno. E anche negli uomini, del resto, il prurito segreto della compiacenza: su, su, dall’inguine verso le meningi e i bulbi: l’illusione, quasi, d’un attimo di potestà marchionale. Dimenticati tutti gli scioperi, di colpo; le urla di morte, le barricate, le comuni, le minacce d’impiccagione ai lampioni, la porpora al Père Lachaise; e il caglio nero e aggrumato sul goyesco abbandono dei distesi, dei rifiniti; e le cagnare e i blocchi e le guerre e le stragi, d’ogni qualità e d’ogni terra; per un attimo! per quell’attimo di delizia. Oh! spasimo dolce! Procuratoci dal reverente frac: “Un taglio limone-seltz per il signore, sissignore! Taglio limone-seltz al signore!”. Il grido meraviglioso, fastosissimo, pieno d’ossequio e d’una toccante premura, più inebriante che melode elisia di Bellini, rimbalzava di garzone, di piastrone in piastrone, locupletando di nuovi sortilegi destrogiri gli ormoni marchionici del committente; finché, pervenuto alla dispensa, era “un taglio limone-seltz per quel belinone d’un 128!”.
Sí, sí: erano consideratissimi, i fracs. Signori seri, nei “restaurants” delle stazioni, e da prender sul serio, ordinavano loro con perfetta serietà “un ossobuco con risotto”. Ed essi, con cenni premurosi, annuivano. E ciò nel pieno possesso delle rispettive facoltà mentali. Tutti erano presi sul serio: e si avevano in grande considerazione gli uni gli altri. Gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapione d’un molleggio adeguato all’importanza del loro deretano, nella dignità del comando. Gli uni si compiacevano della presenza degli altri, desiderata platea. E a nessuno veniva fatto di pensare, sogguardando il vicino, “quando è fesso!”. Dietro l’Hymalaia dei formaggi, dei finocchi, il guardasala notifica le partenze: “!Para Corrientes y Riconquista! !Sale a las diez el rápido de Paraná! !Tersero andén!”.
Per lo più, il coltello delle frutta non tagliava. Non riuscivano a sbucciar la mela. O la mela gli schizzava via dal piatto come sasso di fionda, a rotolare fra scarpe lontanissime. Allora, con voce e dignità risentita, era quando dicevano: “Cameriere! ma questo coltello non taglia!”. Tra i cigli, improvvisa, una nuvola imperatoria. E il cameriere accorreva trafelato, con altri ossibuchi: ed esternando tutta la sua costernazione, la sua piena partecipazione, umiliava sommessa istanza appiè il corruccio delle Loro Signorie: (in un tono più che sedativo): “provi questo, signor Cavaliere!”: ed era già trasvolato. Il quale “questo” tagliava ancora meno di quel di prima. Oh, rabbia! mentre tutti, invece, seguitavano a masticare, a bofonchiare addosso agli ossi scarnificati, a intingolarsi la lingua, i baffi. Con un sorriso appena, oh, un’ombra una prurigine d’ironia, la coppia estrema ed elegantissima, lui, lei, lontan lontano, avevan l’aria di seguitar a percepire quella mela, finalmente immobile nel mezzo la corsía: lustra, e verde, come l’avesse pitturata il De Chirico. Nella quale, bestemmiando sottovoce, alla bolognese, ci intoppavano ogni volta le successive ondate dei fracs-ossibuchi, per altro con lesti caldi in discesa, e quasi in rimando, l’uno all’altro: alla Meazza, alla Boffi.
Erano degli strameledísa buccinati via come sputi di vipera, non tanto sottovoce però da non arrivare a capir cosa fossero: da dietro pile di piatti in tragitto, o di bacinelle di maionese, o cataste d’asparagi di cui sbrodolava giù burro sciolto sul lucido; perseguiti poi tutti, tutt’a un tratto, da improvvise trombe marine di risotti, verso la proda salvatrice.
Tutti, tutti: e più che mai quei signori attavolati. Tutti erano consideratissimi! A nessuno, mai, era venuto in mente di sospettare che potessero anche essere dei bischeri, putacaso, dei bambini di tre anni.
Nemmeno essi stessi, che pure conoscevano a fondo tutto quanto li riguardava, le proprie unghie incarnite, e le verruche, i nèi, i calli, un per uno, le varici, i foruncoli, i baffi solitari. Neppure essi, no, no, avrebbero fatto di se medesimi un simile giudizio.
E quella era la vita.
Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che la lunga pezza oramai, cioè fin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – (come l’elettrico nelle macchine a strofinío) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso.
Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era cosí instantemente evocato dalla tensione delle circostanze.
Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, rinchiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor frotte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco, giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova fronte, già cosí sopraccaricata di pensiero: (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all’atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli “altri tavoli”, aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia, o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E cosí rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il toreador della Carmen.
Cosí rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori.

da:  La Cognizione del dolore

” del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo. “

[ “Der Gruss” – Quint Buchholz ]

 

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.

E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono.
Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.

Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

 

( Se una notte d’inverno un viaggiatore”,  Italo Calvino )

Teste Fiorite

[ Ana Ventura  -  jardins brancos ]

Se invece dei capelli sulla testa
ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
chi ha il cuore buono, chi ha la mente trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
non può certo pensare a brutte cose.
Quell’altro poveraccio, è d’umor nero:
gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate,
e invano ogni mattina
spreca un vasetto o due di brillantina.


( Gianni Rodari )

Io sono l’Amore.

L’albero mi è penetrato nelle mani,

la sua linfa m’è ascesa nelle braccia,

l’albero m’è cresciuto nel seno –

profondo,

i rami spuntano da me come braccia.

Sei albero,

sei muschio,

sei violette trascorse dal vento. –

Creatura – alta tanto – tu sei,

e tutto questo è follia al mondo.

( Ezra Pound )


“Io sono l’Amore ”  di  Luca Guadagnino

Franco Cassano – Il pensiero meridiano

 

[ Leonid Afremov ]

 

Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina.

Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.

Bisogna imparare a star da sé e aspettare in silenzio, ogni tanto essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è darei nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. È suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo.

Andare lenti è fermarsi su lungomare, su una spiaggia, su una scogliera inquinata, su una collina bruciata dall’estate, andare lenti è conoscere le differenze della propria forma di vita, i nomi degli amici, i colori e le piogge, i giochi e le veglie, le confidenze e le maldicenze. Andare lenti sono le stazioni intermedie, i capistazione, i bagagli antichi e i gabinetti, la ghiaia e i piccoli giardini, i passaggi a livello con gente che aspetta, un vecchio carro con un giovane cavallo, una scarsità che non si vergogna, una fontana pubblica, una persiana con occhi nascosti all’ombra. Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti ad esplodere oppure puntati sul cielo perché stretti da mille interdetti.

Andare lenti è ruminare, imitare lo sguardo infinito dei buoi, l’attesa paziente dei cani, sapersi riempire la giornata con un tramonto, pane e olio. Andare lenti vuol dire avere un grande armadio per tutti i sogni, con grandi racconti per piccoli viaggiatori, teatri plaudenti per attori mediocri, vuol dire una corriera stroncata da una salita, il desiderio attraverso gli sguardi, poche parole capaci di vivere nel deserto, la scomparsa della folla variopinta delle merci e il tornar grandi delle cose necessarie. Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni, fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti.

Andare lenti è il filosofare di tutti, vivere ad un’altra velocità, più vicini agli inizi e alle fini, laddove si fa l’esperienza grande del mondo, appena entrati in esso o vicini al congedo.

Andare lenti significa poter scendere senza farsi male, non annegarsi nelle emozioni industriali, ma essere fedeli a tutti i sensi, assaggiare con il corpo la terra che attraversiamo. Andare lenti vuol dire ringraziare il mondo, farsene riempire. C’è più vita in dieci chilometri lenti e a piedi che in una rotta transoceanica che ti affoga nella tua solitudine progettante, un’ingordigia che non sa digerire. Si ospitano più altri quando si guarda un cane, un’uscita da scuola, un affacciarsi al balcone, quando in una sosta buia si osserva un giocare a carte, che in un volare, un faxare, in un internettare. Questo pensiero lento è l’unico pensiero, l’altro è il pensiero che serve a far funzionare la macchina, che ne aumenta la velocità, che si illude di poterlo fare all’infinito. Il pensiero lento offrirà ripari ai profughi del pensiero veloce, quando la macchina inizierà a tremare sempre di più e nessun sapere riuscirà a soffocare il tremito. Il pensiero lento è la più antica costruzione antisismica.

Bisogna sin da adesso camminare, pensare a piedi, guardare lentamente le case, scoprire quando il loro ammucchiarsi diventa volgare, desiderare che dietro di esse torni a vedersi il mare. Bisogna pensare la Misura che non è pensabile senza l’andare a piedi, senza fermarsi a guardare gli escrementi degli altri uomini in fuga su macchine veloci. Nessuna saggezza può venire dalla rimozione dei rifiuti. È da questi, dal loro accumulo, dalla merda industriale del mondo che bisogna ripartire se si vuole pensare al futuro. I veloci, i progettanti, i convegnisti, i giornalisti consumano voracemente il mondo e pensano di migliorarlo. La lentezza sa amare la velocità, sa apprezzarne la trasgressione, desidera anche se teme (quanta complessità apre questa contraddizione!) la profanazione contenuta nella velocità, ma la profanazione di massa non ha nulla della sacertà che pure si annida nel sacrilegio, è l’empietà senza valore, un diritto universale all’oltraggio. Nessuna esperienza è più stolida della velocità di massa, della profanazione che non si sa. 

Mario Vargas Llosa – [ … e per trasformare in possibile l’impossibile. ]

Ho imparato a leggere a cinque anni, nella classe di fratel Justiniano, al Collegio La Salle di Cochabamba (Bolivia). È la cosa più importante che sia successa nella mia vita. Quasi settant’anni dopo ricordo con nitidezza come quella magia, tradurre le parole dei libri in immagini, abbia arricchito la mia vita, rompendo le barriere del tempo e dello spazio e permettendomi di viaggiare con capitan Nemo ventimila leghe sotto i mari, di lottare con d’Artagnan, Athos, Portos e Aramis contro gli intrighi che minacciano la Regina ai tempi dello scaltro Richelieu, o di trascinarmi nelle viscere di Parigi, dopo essermi trasformato in Jean Valjean, con il corpo inerte di Marius sulle spalle.
La lettura trasformava il sogno in vita e la vita in sogno e metteva alla portata di quell’ometto che ero l’universo della letteratura.
Mia madre mi raccontò che le prime cose che scrissi furono la continuazione delle storie che leggevo perché mi dispiaceva che finissero o volevo rettificarne il finale. E forse è questo ciò che ho fatto per tutta la vita senza saperlo: prolungare nel tempo, mentre crescevo, maturavo e invecchiavo, le storie che riempirono la mia infanzia di esaltazione e di avventure (…)
Non era facile scrivere storie. Nel diventare parole, i progetti marcivano sulla carta e le idee e le immagini languivano. Come rianimarli? Per fortuna, c’erano i maestri  per imparare da loro e seguirne l’esempio. (…)
A volte mi sono chiesto se in paesi come il mio, con scarsi lettori e tanti poveri, analfabeti e ingiustizie, dove la cultura era privilegio di così poca gente, scrivere non fosse un lusso solipsista. Questi dubbi, tuttavia, non hanno mai asfissiato la mia vocazione e ho sempre continuato a scrivere, anche in quei periodi in cui i lavori che mi davano da mangiare assorbivano quasi tutto il mio tempo. Credo di aver fatto la cosa giusta, infatti se per far fiorire la letteratura in una società il requisito fosse quello di raggiungere prima l’alta cultura, la libertà, la prosperità e la giustizia, essa non sarebbe mai esistita. Al contrario, grazie alla letteratura, alle coscienze che ha formato, ai desideri e agli aneliti che ha ispirato, al disincanto della realtà con cui torniamo dal viaggio in una bella fantasia, la civiltà è oggi meno crudele di quando i cantastorie cominciarono a umanizzare la vita con le loro favole. Saremmo peggio di quello che siamo senza i buoni libri che abbiamo letto, più conformisti, meno inquieti e ribelli e lo spirito critico, motore del progresso, non esisterebbe nemmeno (…)
Senza i racconti saremmo meno coscienti dell’importanza della libertà perché la vita sia vivibile e dell’inferno in cui si trasforma quando è conculcata da un tiranno, un’ideologia o una religione. Chi dubita che la letteratura, oltre a immergerci nel sogno della bellezza e della felicità, ci mette in guardia contro ogni forma di oppressione, si chieda perché tutti i regimi che si preoccupano di controllare la condotta dei loro cittadini dalla culla alla tomba, la temono tanto da stabilire sistemi di censura per reprimerla e sorvegliano con tanta diffidenza gli scrittori indipendenti. Lo fanno perché sanno il rischio che corrono lasciando che l’immaginazione scorra nei libri, quanto diventano sediziose le narrazioni quando il lettore compara la libertà che le rende possibili e che in esse si esercita, con l’oscurantismo e la paura che lo insidiano nel mondo reale. Che lo vogliano o no, lo sappiano o no, gli affabulatori, nell’inventare storie, propagano insoddisfazione, mostrando che il mondo è fatto male, che la vita della fantasia è più ricca di quella della routine quotidiana. Questa constatazione, se mette radici nella sensibilità e nella coscienza, rende i cittadini più difficili da manipolare, meno disposti ad accettare le bugie di chi vorrebbe fargli credere che, tra le sbarre, inquisitori e carcerieri vivono meglio e più sicuri (…)
Dato che ogni epoca ha avuto le sue paure, la nostra è quella dei fanatici, dei terroristi suicidi, una specie antica convinta che uccidendo si guadagna il paradiso, che il sangue degli innocenti lava gli affronti collettivi, corregge le ingiustizie e impone la verità sulle false credenze (…) Credevamo  che, con la caduta degli imperi totalitari, la convivenza, la pace, il pluralismo, i diritti umani si sarebbero imposti e il mondo avrebbe lasciato dietro di sé gli olocausti, i genocidi, le invasioni e le guerre di sterminio. Tutto questo non è avvenuto. Proliferano nuove forme di barbarie attizzate dal fanatismo e, con il moltiplicarsi delle armi di distruzione di massa non si può escludere che un qualsiasi gruppo di redentori impazziti provochi un giorno un cataclisma nucleare. Bisogna sbarrargli la strada, affrontarli e sconfiggerli. Non sono in tanti, anche se il fragore dei loro crimini rimbomba per tutto il pianeta e gli incubi che provocano ci colmano di orrore. Non dobbiamo lasciarci intimidire da quelli che vorrebbero toglierci la libertà che abbiamo conquistato nella lunga avventura della civilizzazione. Difendiamo la democrazia liberale che, con tutti i suoi limiti, continua a rappresentare il pluralismo politico, la convivenza, la tolleranza, i diritti umani, il rispetto della critica, la legalità, le elezioni libere, tutto ciò che ci ha strappato alla vita selvaggia e ci ha ravvicinato – anche se non riusciremo mai a raggiungerla – alla vita bella e perfetta che la letteratura crea (…)
Da giovane, come molti scrittori della mia generazione, fui marxista e credetti che il socialismo sarebbe stato il rimedio allo sfruttamento e alle ingiustizie sociali che sempre di più colpivano il mio paese, l’America Latina e i resti del Terzo Mondo. Deluso dalla statalismo e dal collettivismo, il passaggio verso l’uomo democratico e liberali che sono – che cerco di essere – è stato lungo, difficile, ed è avvenuto lentamente, provocato da episodi come la Rivoluzione cubana, che mi aveva entusiasmato al principio, al modello autoritario e verticale dell’Unione Sovietica, la testimonianza dei dissidenti che riusciva a filtrare attraverso il filo spinato dei Gulag, l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei paesi del patto di Varsavia, e grazie a pensatori come Raymond Aron, Jean-François Revel, Isaiah Berlin e Karl Popper, a cui devo la mia rivalutazione della cultura democratica e delle società aperte. Quei maestri furono un esempio di lucidità e di coraggio quando l’intellighenzia dell’Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere all’incantesimo del socialismo sovietico, o peggio ancora, al sabba sanguinario della rivoluzione culturale cinese.
Da bambino sognavo di arrivare un giorno a Parigi perché, affascinato dalla letteratura francese (…) Ma ciò di cui sono forse più riconoscente alla Francia è la scoperta dell’America Latina. Là imparai che il Perù apparteneva a una vasta comunità affratellata dalla storia, la geografia, la problematica sociale e politica, da un certo modo di essere e dalla gustosa lingua in cui parlavo e scrivevo. E che in quegli stessi anni produceva una letteratura nuova e rigogliosa. Là lessi Borges, Octavio Paz, Cortázar, García Márquez, Fuentes, Cabrera Infante, Rulfo, Onetti, Carpentier, Edwards, Donoso e tanti altri, i cui scritti stavano rivoluzionando la narrativa in lingua spagnola e grazie ai quali l’Europa e buona parte del mondo scoprivano che l’America Latina non era solo il continente dei colpi di stato (…)
Da allora fino ai nostri giorni, non senza inciampare e scivolare, l’America Latina è andata via via progredendo (…) Siamo afflitti da meno dittature di una volta, abbiamo solo Cuba e il suo candidato a succederle, il Venezuela e alcune pseudo-democrazie populiste  e clownesche, come quelle della Bolivia e del Nicaragua (…)
Porto il Perù nelle mie viscere, perché là sono nato, cresciuto, mi sono formato e ho vissuto quelle esperienze da bambino e da ragazzo che hanno modellato la mia personalità, hanno forgiato la mia vocazione e perché lì ho amato, odiato, goduto, sofferto e sognato. Ciò che vi accade mi colpisce di più, mi commuove e mi esaspera più di quelle che accade in altre parti. Non l’ho cercato, né me lo sono imposto, semplicemente è così. Alcuni compatrioti mi accusarono di essere un traditore e fui sul punto di perdere la cittadinanza quando, durante l’ultima dittatura, chiesi ai governi democratici del mondo di penalizzare il regime con sanzioni diplomatiche ed economiche, come ho sempre fatto con tutte le dittature, di qualsiasi genere, quella di Pinochet, quella di Fidel Castro, quella dei taliban in Afghanistan, quella degli imam in Iran, quella dei apartheid in Sudafrica, quella dei satrapi in uniforme in Birmania (oggi Myanmar). E lo rifarei domani (…). Fu un atto coerente con la mia convinzione che una dittatura rappresenta il male assoluta per un paese, una fonte di brutalità e corruzione e di ferite profonde che tardano molto tempo a rinchiudersi, ne avvelenano il futuro e creano abitudini e pratiche malsane che si prolungano nel corso delle generazioni ritardando la ricostruzione democratica. Per questo, le dittature devono essere combattute senza esitazioni, con tutti i mezzi a  nostra disposizione, comprese le sanzioni economiche. È deplorevole che i governi democratici, invece di dare l’esempio, solidarizzando con coloro che, come le Damas de Blanco a Cuba, l’opposizione venezuelana , o Aung San Suu Kyi e Liu Xiaobo, che affrontano con coraggio le dittature che subiscono, spesso si mostrino compiacenti non col loro, ma con i loro carnefici. Quei coraggiosi mentre lottano per la propria libertà lottano anche per la nostra. (…)
Dalla caverna ai grattacieli, dalla garrota alle armi di distruzione di massa, dalla vita tautologica della tribù all’era della globalizzazione, le finzioni della letteratura hanno moltiplicato le esperienze umane, impedendo che noi uomini e donne soccombessimo al letargo, all’indifferenza, alla rassegnazione. Niente ha seminato tanto l’inquietudine, smosso tanto l’immaginazione e i desideri, come questa vita di invenzioni, che aggiungiamo a quella che abbiamo grazie alla letteratura, per essere protagonisti delle grandi avventure, delle grandi passioni che la vita vera non ci darà mai. Le invenzioni della letteratura diventano verità attraverso di noi, i lettori trasformati, contaminati dai desideri e, per colpa della finzione, in permanente contraddizione con la mediocre realtà. Stregoneria che, mentre ci illudiamo di avere quello che non abbiamo, essere quello che non siamo, accedere a questa impossibile esistenza in cui, come dei pagani, ci sentiamo terreni ed eterni allo stesso tempo, la letteratura introduce nei nostri spiriti l’anticonformismo e la ribellione, che sono dietro tutte le imprese che hanno contribuito a diminuire la violenza nelle relazioni umane. A diminuire la violenza, non a sconfiggerla. Perché la nostra sarà sempre, per fortuna, una storia inconclusa. Per questo dobbiamo continuare sognando, leggendo e scrivendo, il modo più efficace che abbiamo trovato per alleviare la nostra condizione mortale, per sconfiggere il tarlo del tempo e per trasformare in possibile l’impossibile.

[ Discorso a Stoccolma di Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura 2010 ]

 

Fernando Pessoa – Nel breve numero di dodici mesi

 

[ Johnnie Shand Kydd ]


Nel breve numero di dodici mesi
l’anno passa, e brevi sono gli anni.
Pochi la vita dura.
Che son dodici o sessanta nella foresta
dei numeri, e quanto poco manca
al termine del futuro!
Due terzi ormai, sì rapido, del corso
che mi è imposto correre declinando, trascorro.
M’affretto, e subito finisco.
Abbandonato in declivio cedo, e riluttante affretto
il moribondo passo.
Non so di chi ricordo il mio passato
che altro fui quando fui, né mi conosco
come se colla mia anima sentissi
quell’anima che nel sentire ricordo.
Da un giorno all’altro ci lasciamo.
Nulla di vero a noi ci unisce –
siamo chi siamo, e chi siamo stati fu
cosa vista di dentro.
Quel che sentiamo, non quel che è sentito,
è quel che abbiamo. Quindi, l’inverno triste
accogliamolo come destino.
Ci sia inverno sulla terra, non nella mente.
E, amore ad amore, o libro a libro, amiamo
il nostro teschio breve.
Sì, so bene
che mai sarò qualcuno.
So d’avanzo
che mai avrò un’opera.
So, infine,
che mai saprò di me.
Sì, ma adesso,
finché dura quest’ora,
questa luna, questi rami,
questa pace in cui stiamo,
lascino che mi creda
quel che mai potrò essere.