Libri di scena

di Diego Agudelo Gómez – Revista “El Malpensante”

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[Oskar Werner e Julie Christie in Fahrenheit 451, di François Truffaut]

Non riesco a descrivere il sentimento che provo quando vedo apparire un libro o una biblioteca in un film. Inizio a desiderare che un movimento di camera mi riveli il titolo o l’autore del libro, e finisco per sperare che almeno il regista abbia pianificato una sequenza in cui i suoi personaggi leggono un frammento del libro che hanno in mano.

A volte piccole scene mi hanno ripagato. Alcuni fotogrammi sono rimasti impressi nella mia memoria per sempre.
Ricordo, per esempio, quel bambino de La storia infinita che ruba senza farsi scoprire un libro misterioso e salta le lezioni per leggerlo tutto d’un fiato, nascosto nella soffitta della scuola. Bastiano è stato il primo lettore incallito che ho conosciuto al cinema, il primo che ho visto lasciarsi catturare da una storia e far viaggiare la sua immaginazione al di là di qualsiasi confine, liberarsi attraverso la lettura.
È vero quando si dice che la lettura è come il fuoco che rubò Prometeo per illuminare gli uomini, un fuoco che rompe catene. L’ho capito quando ho letto Frankestein. Il mostro che ho incontrato nel libro di Mary Shelley era molto diverso da quello che avevo visto nella pellicola di James Whale: non aveva nulla di bestiale. Non dico che era un mostro con un’anima, ma certo era un mostro con una mente – che a conti fatti diventa la stessa cosa ̶, capace di leggere e amare i libri. Per questo, vedo in Robert De Niro un Frankestein ancora più grandioso di Boris Karlof – così ottuso, così illetterato -. Nonostante il suo aspetto terrificante, fa commuovere nella scena in cui, rifugiatosi in un’umida stalla, impara a leggere osservando attraverso una grata come una madre insegna a sua figlia a unire le lettere per pronunciare le parole. Nel momento in cui impara a leggere, quel mostro non lo è più così tanto. È lo stesso effetto che crea John Hurt sotto la pelle di The Elephant Man. Dietro il cranio deforme e la smisurata dimensione dei tumori che bombardano il suo corpo, John Merrick era un uomo saggio, gentile, istruito. La scena in cui una bellissima attrice di teatro gli regala Romeo e Giulietta è una delle più belle scoperte dell’amore che abbia mai visto al cinema. Merrick non conoscerà mai sulla propria carne la febbre trasmessa da un bacio, ma certo conoscerà la passione di quel bacio trasmessa dalla lettura.
In ogni biblioteca dovrebbe esserci uno spazio nella collezione dedicato a tutti i libri che sono apparsi nel cinema. In questa raccolta ci sarebbero sicuramente i libri del Marchese de Sade, ma in particolare una narrazione fedele della scena di Quills – La penna dello scandalo, film interpretato da Geoffrey Rush e Kate Winslet, in cui l’amante segreto di una bella e giovane donna costretta a sposare un uomo vecchio e frustrato, le domanda, colpito dalla lussuria che ha appena conosciuto, dove ha imparato ad amare in quel modo, e riceve una risposta ovviamente lasciva: “Tutto quello che so l’ho appreso dai libri”, frase che a sua volta riempie di curiosità gli spettatori, che già vorrebbero imbattersi in lettrici di questo tipo e, prima di ogni altra cosa, in quei libri di Sade che durante il film hanno fatto arrossire, sorridere e ardere chi li leggeva.
Bisognerebbe trovare un nome che sarebbe realmente all’altezza di una tale raccolta di libri. Perché lì ci sarebbero anche i libri che non sono mai esistiti. Come il diario che il padre di Indiana Jones ha scritto affinché suo figlio potesse camminare su ponti invisibili e trovare così il nascondiglio del Santo Graal, o quel piccolo volume che Buster Keaton divora in La palla n° 13, per trasformarsi in un perfetto detective.
Ovviamente, farebbero parte di questa mia biblioteca tutti quei libri senza titolo apparsi per riempire fotogrammi come semplici oggetti di scena e che tuttavia suscitano una curiosità morbosa. Mi riferisco alla pila di libri che gli audaci assassini di Hitchcock in Nodo alla gola consegnano a James Stuart, legata con lo stesso spago che pochi minuti prima era servito a strangolare un uomo; o alla biblioteca carceraria che Tim Robbins realizza in Le ali della libertà, come se avesse deciso di anteporre alla sua vera fuga un’evasione metaforica; o alle strane riviste che Edward Norton legge con il suo lunatico alter-ego immaginario rappresentato da Brad Patt in Fight Club; o al libro che Johnny Depp cerca disperatamente per aprire la porta dell’inferno in quello sfortunato film di Roman Polanski; e soprattutto, parlo dell’incredibile biblioteca familiare, divorata parola per parola dal ragazzino di Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, il quale, tra l’altro, approfitta di tutte le nozioni acquisite per scappare da pericoli terribili.

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[James Stewart e John Dall in Nodo alla gola, Alfred Hitchcock]

Come si può vedere, questa biblioteca sarebbe molto diversa da quelle convenzionali. Se toccasse a me realizzarla, la farei alla maniera di Fahrenheit 451, il film di Truffaut ispirato al romanzo di Ray Bradbury, dove i classici della letteratura universale sono riposti in insoliti nascondigli – un giradischi, un comodino con doppiofondo ̶ , dato che squadre di pompieri li cercano per incenerirli e, già che ci sono, fare fuori ogni tipo di carta stampata, ragion per cui esiste in questo mondo assurdo una società segreta i cui membri devono imparare a memoria un’ intera opera, perché la memoria è un luogo che non può essere raggiunto dalle fiamme.
Mi vengono in mente alcuni titoli che potrebbero far parte di questa utopia: a partire da Festa mobile di Hemingway, non solo perché è il libro che Nicolas Cage sceglie per conquistare la regina delle commedie romantiche, Meg Rayan, in City of Angels, ma perché è veramente una perla accostata in questo modo alle suggestive pellicole di Wenders, dove angeli in bianco e nero non solo trascorrono il tempo a curiosare nelle librerie ma decidono anche di cadere dal cielo per essersi innamorati di bizzarre trapeziste. Seguono in ordine di importanza due testi che appaiono nello stesso film, Le vite degli altri. Il primo è di Bertolt Brecht e ha avuto il compito di ammorbidire il cuore dello psicorigido agente della Stasi, mentre il secondo appartiene alla categoria dei libri immaginari, trattandosi di quella Sonata degli uomini buoni che scrive il protagonista di questo magnifico film per manifestare la sua gratitudine verso il gesto disinteressato del suo salvatore.
Ora che ci penso, mi piace anche immaginare che i lettori di questa biblioteca poco convenzionale siano a loro volta, chi più chi meno, poco convenzionali. Potrebbero assomigliare a Morgan Freeman nei suoi panni di detective erudito che per risolvere i crimini di Seven cerca piste nelle pagine di Dante Alighieri e in quelle del Paradiso Perduto di Milton, e lo fa nell’ora perfetta per i lettori: a mezzanotte. Oppure questi lettori potrebbero anche assomigliare molto ai gemelli de Il ladro di orchidee: trascorrendo intere notti nel tentativo di decifrare il modo di portare sullo schermo il profilo che Susan Orlean delineò intorno a un ladro di orchidee; o, perché no, scrivendo improbabili sceneggiature su altri libri scovati per caso in questa biblioteca di film. Ad essere sincero, mi piacerebbe tanto si faccia un adattamento su Paracelso, che si è visto abbastanza nelle versioni del sopracitato Frankestein, o del poeta maledetto William Blake. Anche se, in questo caso, verrebbe prima Jim Jarmush con Dead Men. In questo film c’è un personaggio che mi piacerebbe ingaggiare come bibliotecario: l’indiano che accompagnava Johnny Depp lungo i sentieri affastellati di eccessi del lontano e selvaggio west, forse convinto che quel William Blake ferito a morte da una pallottola fosse lo stesso delle opere che aveva letto ai tempi in cui era un giovane nativo nordamericano che studiava a Londra. Scommetto che questo folle cherokee, che si esprimeva unicamente con versi di Blake, accoglierebbe i lettori di questa biblioteca dicendo: “la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”, la cosa più logica che mi viene in mente in questo caso.
Tutte le biblioteche sono infinite, e se si volesse davvero realizzare questa di cui parlo, non finirebbe neppure nel giro dei 113 anni che sono appunto quelli ha vissuto la storia del cinema. Dovrei considerare tutti i libri che sono serviti a dare vita a una scenografia. Avrei già il mio bel lavoro se dovessi soltanto nominare tutti i volumi barricati nell’appartamento del simpatico amante francese di Unfaithful – L’amore infedele o quelli che la libreria Shakespeare & Co. esponeva il giorno in cui Richard Linklater ha deciso di girare le scene di Before Sunset – Prima del Tramonto e che conferivano un che di surreale all’amore tardivo tra Ethan Hawke e Julie Delpy. Ma non potrei mai perdonarmelo se escludessi da questa straordinaria biblioteca tre libri fondamentali nella storia del cinema, o per lo meno in quella degli oggetti di scena: l’edizione di Sexus che Juliet Lewis riceve da un ammiratore anonimo, che non è altro che lo psicopatico assassino che vuole uccidere suo padre in Cape Fear; i racconti di Rashomon che Forest Whitaker porta sempre con sé in Ghost Dog; e quel libricino di Sam Shepard  ̶  Motel Chronicles, se non ricordo male  ̶  che Naomi Watts legge disperatamente in 21 grammi, forse alla ricerca di una ragione logica alla sua tragedia. Con questo non c’è dubbio che il regista González Iñárritu, nel fargliela cercare in un libro, abbia scelto il migliore dei sentieri possibili e che la mia biblioteca sarebbe completa.

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