apocrifi d’autore.

 

Non so cosa dirvi.

Si vive con la speranza di arrivare a essere un ricordo. Ma talvolta è difficile. Proprio non si può.

D’altronde, chi dice la verità non dice quasi nulla. Come prestare fede a chi usa le parole?

Tutti i soli e le stelle si sforzano di accudire alla nostra anima e un microbo la estingue.

Cosa possiamo farci? In piena luce non siamo neppure un’ombra.

Eppure si lavora. Si lavora proprio sapendo di essere il sogno di un sogno.

D’altronde, quanto dicono le parole non dura. Quelle che durano sono le parole. Quelle, sono sempre le stesse, anche se ciò che dicono cambia sempre.

Noi cambiamo. Non siamo mai simili. Scorriamo, coi nostri corpi immobili. Camminiamo. C’è chi vorrebbe entrare. Ma dove? Là dove si entra non c’è nessuna casa.

Ma nella casa risuonano i passi. Mai, i nostri.

Che strano: dovrei arrivare a essere un uomo, ma talvolta non si può.

O si vorrebbe accettare il nulla, essere nulla. Ma c’è sempre qualcosa in più: respiriamo, ed è un’offesa, un peso, qualcosa di cui vorrei liberarmi. Ma non si può.

Chissà quando, ma un giorno qualcuno ha cancellato il mio nome.

Vorrei tornare indietro, raggiungere la povertà totale, ma sono ancora io. E allora, come posso?

La verità ha pochi amici e quei pochi si uccidono, proprio perché la amano.

Non c’è che rafforzare il filo: non è nulla ma ci lega, e ci lega al nulla.

Ma un giorno ci stancheremo di non toccare fango e di essere, poi, solo fango. Ci stancheremo e sbaglieremo. Come amo gli errori! Fanno errare a vuoto. Non si possono accettare soluzioni valide. Solo quelle invalide, affascinano.

Credo che la pietra sia pietra e la nube nube, ma sono abbastanza incosciente per dirlo? Niente è già qualcosa.

I pensieri, quando ci hanno traversato, vanno oltre. Quello che dura sono i lampi e i tuoni, non certo gli alberi che i lampi hanno illuminato e che i tuoni hanno fatto tremare.

Viviamo in una realtà instabile, vellutata, imprendibile. I fogli stessi, le nostre parole, i libri. Cosa farne? Sono proprio nostri? Io non ci credo. Non credo di stare scrivendo perché esisto. Esisto perché qualcuno ha scritto prima di me e io lo imito, lo seduco, lo ricordo, lo immagino scrivendo.

Gli autori che firmano i libri? Fantasmi.

Come odio le tombe. I cimiteri dovrebbero essere nuvole, sulle quali camminare volando.

Il mio corpo mi separa da ogni essere e da ogni cosa, solo il mio corpo. Ma uccidersi è un atto così umano, presuppone un dolore che non ho mai provato. Che cos’è il dolore? Niente che io possa toccare o ricordare.

La mia vita, se vuole essere meno della vita, non deve attentare a se stessa. Non può.

Dentro un cerchio magico ogni libertà è possibile.

E se il corpo non sente le vie che percorri, se il piede non lascia impronte, possiamo essere sicuri di noi? Forse siamo solo delle lettere a cui hanno dimenticato di apporre l’indirizzo, che aspettano con ansia di essere lette.

Le lettere sono straordinarie, perché si sa che andranno perdute.

Quando la parola diventa frammento smarrito e non fulgido racconto, fa capolino l’affanno. Non ci sono più frasi belle. Ci si spoglia delle metafore. Anzi, ogni metafora in più è una chiave che blinda ancora più strettamente la porta.

E’ magica, la scrittura, come una gabbia fatto di sogni: ma è la magia dell’uccello accecato, che sogna di vedere un cielo in cui volare e intanto non sa come sfuggire dalla gabbia. Sarebbe semplice farlo: non pensarla più, dichiararla aperta.

L’uccello sorvola la città. Prima si vedono pozzi, fogne, labirinti; prima si percorrono vie, vicoli, crepacci; e poi, si abbassa lo sguardo dal cielo: la città si illumina, ma non di un chiarore da sogno. No. Di una luce, simile a polvere, che vibra sui cavi, gonfia le reti, fa rimbombare le scale di passi. Questa è la vita.

Non ci sono rossi o gialli o blu. I colori sono armature rigide, per uomini bambini. Maschere di fumo, gettate sugli occhi per non crescere.

Si cresce in bianco e nero, duramente. A volte ho l’impressione che l’inconscio sia bianco e nero come certi film che non ho smesso di amare: sono rarissimi i sogni colorati.

In fondo, il bimbo lo rivela e l’adulto lo nasconde. E il poeta non si stanca mai di giocare con lui.

No, nessun ramo è inaridito dal vento invernale: tutti i rami sono secchi perché ho narrato loro i miei sogni.

E’ doloroso non essere all’altezza dei propri sogni. Ma viverci sempre dentro è un’impresa chimerica, nella quale impazzire.

Che cosa è volato attraverso gli spazi del cielo fino ad arrivare qui, nella stanza? Le ciglia pesano sugli occhi, la tappezzeria si muove. Cosa accade. Sarà mattino? Le navi stanno partendo. I remi sfiorano il vetro. Tra poco lo urteranno, lo spaccheranno. Le navi sono vicinissime, sfondano le case.

La terra mi è di peso. Anche le vostre facce. Potete voltarvi?

E ogni giorno saremo di ventiquattrore meno vivi, ma con una gioia in più.

Vi chiamo a volte, come le navi la terra, con vaghi segnali. E chi mi ascolta non può capirmi e chi mi capisce non mi sta ascoltando. E quelli che mi cercano con i loro fari trovano un altro, mille volte un altro, perché ciò che io sono è quello che in me continua a mutare.

Il mondo come un muro che erigo, sottovoce, contro il mondo.

Fate quello che volete. Io, da parte mia, vorrei riposare.

***

  La terra mi è di peso
           Riflessioni di Antonio Porchia, autore di Voci, al Caffé Plaza
           di Buenos Aires (1970).

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